Facebook, la “Cura Ludovico” e la smarrita arte di farsi i cazzi propri

Sapete cos’ha di buono Facebook? Ha aiutato e sollecitato la gente a scrivere, ha rivalutato l’importanza della scrittura. O meglio l’ha fatta diventare di moda, perché essere di moda non è per forza una cosa non giusta, l’importante è che siano le cose giuste ad essere di moda. E non importa nemmeno se chi aggiorna i proprio stati “l’ho fa in kuesto modo +ttosto ke in un modo + ortodosso”. Certo non è il massimo, magari però qualche amico/follower glielo fa notare, e sdrammatizza la grammatica con uno “smile” finale dopo un commento acido e presuntuoso. E intanto si scrive, si pensa, ci si interroga.

Ok, aspettate. No. Viene da ridere anche a me mentre scrivo. Questo non sarà un post ottimista-futuristico sulla benevolenza del social di Zuckerberg. Ho cambiato idea. La troppa democrazia rischia di svilire questa società. Se hanno ragione tutti, allora non ha ragione nessuno. Non mi date del grillino ora.

Grillino è invece, fino al midollo, o almeno fino alla prossima legislatura, Luigi Di Maio, Vice Presidente alla Camera dei Deputati per il Movimento 5 Stelle, che ha preso alla lettera il mio pensiero, applicandolo in parlamento. Il buon Di Maio ha infatti pubblicato su Facebook il “pizzino” che Renzi gli ha recapitato il giorno del suo insediamento alla presidenza del consiglio dei ministri. Il testo lo conoscete già tutti; ciò che non conoscete, o forse si, è l’opinione autorevole di Michele Serra, editorialista di Repubblica, celebre per la sua rubrica L’amaca, “dove descrive con garbata ironia vizi e costumi della politica e della società italiana” (Wikipedia ipse dixit).

Serra sull’accaduto dice una verità sconcertante:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10152258080131151&set=a.196989226150.171000.179618821150&type=1&theater

micheleserra

Trasparenza, privacy, pubblico e privato. Esiste dunque ancora una distinzione reale o soltanto formale? Siamo ancora in grado di distinguere i cazzi nostri da quelli che vogliamo far sapere agli altri? Io penso proprio di no. Il discorso di Serra può allargarsi tranquillamente fuori dall’ambito strettamente politico ed entrare nelle vicende personali di ognuno di noi.

A me viene da pensare alla “Cura Ludovico“, a cui Burgess prima e Kubrick poi sottoposero l’indisciplinato Alex DeLarge in Arancia Meccanica. Non ci vuole molto per capire che i due ci avevano visto lungo. Passiamo tutti per la “Cura Ludovico”. Sta a noi scegliere se accettarla o meno. Oggi Facebook, in particolare, sembra volerci portare sempre più verso questa direzione. Togliendoci la scelta, la privacy, in favore della trasparenza (che badate bene non sono la stessa cosa) nel caso fossimo personaggi popolari; oppure della condivisione e dell’egocentrismo, nel caso fossimo gente comune.

cura

“La questione è se questa nuova tecnica renda veramente buoni o no. La bontà viene da dentro; la bontà è una scelta. Quando un uomo non ha scelta cessa di essere uomo”.

Ora, sostituiamo il concetto di bontà con quello di libertà. La libertà di poter vivere la nostra vita badando ai cazzi nostri, tra le nostre cerchie di amici, senza sentirci esclusi socialmente se non condividiamo, se non lo facciamo sapere agli “altri”. Gli esempi che ci vengono dati però ci dicono il contrario. Dicono che siamo tutti delle rockstars, che la nostra vita deve essere meravigliosa, folle, dinamica e deve essere condivisa, partecipata, virtualizzata, esaltata da uno, dieci, cento, mille “like”. Ad ogni “like” un pensiero positivo, ad ogni “like” la perdita di un pezzo dei nostri una volta sacrosanti e indiscutibili cazzi nostri.

La gente che si emoziona per Rocco Hunt

Rocco Pagliarulo “si nu bravo guaglione”. Ne sono sicuro. Forse hai davvero qualcosa da dire e buttarti fango addosso ora è troppo facile per quelli che, come me, hanno la tendenza ad andare contro l’idolatria mediatica emozionale.

Però un paio di cose te le voglio dire. Hai vinto il “Premio Emanuele Luzzati“. A me non sembra giusto. Non discuto il riconoscimento in sè, ma l’intitolazione. Luzzati era un’artista poliedrico, maestro in ogni campo dell’arte applicata. Si potrebbe definire quasi il MacGyver dell’arte (è un paragone “ignorante”, come si dice oggi, ma rende perfettamente l’idea). Uno capace di intrecciare smalti, terracotta, carte e tessuti e farne qualsiasi cosa. Tu Rocco, invece, hai “accozzato” una serie di frasi dalla facile emozionalità in una melodia monotematica. Sei del 1994, sei ancora “na creatura”. Ma se si è banali già a 20 anni…

“La strage dei rifiuti
l’aumento dei tumori
siamo la terra del sole
non la terra dei fuochi”

BELLA LA RIMA

“Dimentica di andare fuori per lavoro
le nuove aziende fioriranno nel tuo territorio
dimentica le banche, li presteremo noi a loro
zero padrone, gli ruberemo il trono”

“NUN E’ O VERO ROCCO”! SE NON C’E’ RIUSCITO JOHN LENNON CON UNA CANZONE, NON CI RIUSCIRAI NEMMENO TU A CAMBIARE IL MONDO.

“Se tifi un’altra squadra
sei lo stesso mio fratello
fate l’amore invece di impugnare quel coltello.
La violenza è stata sempre il metodo di chi non ha cervello.
Tagliate quella linea che divide nord e sud”

QUI TE NE ACCORGI DA SOLO CHE POTEVI FARE MEGLIO, MAGARI CAMBIANDO ANCHE SOLO I SOSTANTIVI.

La seconda cosa che ti volevo dire è: “Cagnat e lent” (Cambia gli occhiali). Detto questo le tue colpe finiscono qui.

Ora, sono le conseguenze delle tue gesta a spaventarmi. Ma come ho appena detto non è colpa tua.  Se sei “arrivato” a 20 anni, cantando cose che sinceramente non so quanto tu possa conoscere, al di fuori dei servizi di Nadia Toffa delle Iene, è perché sei piaciuto alla gente. Sei diventato l’orgoglio del Sud. Facebook, barometro dell’emozionalità istantanea per eccellenza, ti ha eletto “Re” di noi meridionali, perché c’ hai dato una speranza. La speranza che “la tua gente non deve morire”. E forse questa è stata la tua forza. La forza dei tuoi 20 anni e del tuo ottimismo, anche se di “facciata”.

Ma siamo proprio sicuri che la tua gente non voglia morire? “Che bella la canzone di Rocco Hunt sulla terra dei fuochi. Siamo con te Rocco. Hai avuto coraggio”. (Commento dell’utente medio di feisbuch). Ma perché? Cosa c’è di coraggioso in tutto questo? Io ci vedo solo furbizia e, appunto, ottimismo di “facciata”. La gente ha sempre bisogno di speranza, ma non vuole veramente affrontare i problemi. I problemi veri mettono ansia, le canzoni come “Nu juorno buono“, invece, alleviano le colpe e creano vittimismo, fanno credere che le mancanze non siano mai nostre perchè “questa mattina per fortuna la storia è cambiata, vedo la gente che sorride spensierata. Non esiste cattiveria, si sta bene in strada. Il mondo si è fermato in questa splendida giornata“.

Le persone gridano allo scandalo quando sentono cosa succede in Campania. Ma non sono scandalizzate davvero. E’ uno scandalo da social network. E non è mai collettivo, ma individuale, egocentrico. E così i sudditi di Saviano si moltiplicano, e le copie sono sempre peggio dell’originale, che, tra l’altro, qualcosa da dire ce l’aveva e ce l’ha davvero, facendolo poi con assoluta maestria.

Mi chiedo perché la gente del Sud si riconosce sempre in quelli che cantano la propria miseria. Perché il vittimismo sfocia in orgoglio? Perché della Campania non si riesce a dire mai qualcosa di diverso? E soprattutto, voi, avete mai provato a dividere la plastica dal vetro? Oppure pensate che “tanto quando passa il camion dell’immondizia si mischia inevitabilmente tutto insieme”?

A chi vuole capire davvero questo popolo e anche a te, Rocco Pagliarulo, dedico questa canzone, questa poesia:

Le parole “americane” nel network marketing: come creare generazioni di lupi

Le parole americane mi fanno paura. Ora, quelli che parlano bene mi diranno che ho fatto un errore, perché in America si parla Inglese, dunque sarebbe più corretto dire “le parole inglesi”. Quelli che parlano ancora meglio obietteranno inoltre che l’America è un continente e che dunque si dovrebbe parlare di Stati Uniti, o meglio USA. E, infine, quelli proprio proprio saggi e che “hanno studiato” scandiranno bene la parola “GLIU..ESS..EI”, perché è così che si pronuncia. Adesso la paura si è trasformata in ansia.

Benito Mussolini, durante il fascismo, decise che i prestiti dalle altre lingue dovevano essere banditi. Il “tennis”, per intenderci, divenne “pallacorda” (si, è per questo che il secondo campo del Foro italico si chiama così). Ma il punto non è questo. E prendere zio Benito come esempio mi crea un imbarazzo fisico alla prostata.

Ci sono parole comuni straniere che usiamo senza sofismi in Italiano. E nemmeno ci facciamo caso, tanto è radicata la loro presenza nel nostro idioma (eccone un’altra). Se poi consideriamo l’influenza latina non ne usciamo più, arrivando quasi fino a constatare che l’esterofilia grammaticale sia quasi prassi scontata.

Restiamo quindi negli GLI..UESS..EI. E pensiamo a quanti termini sono stati importati negli ultimi anni. Siamo social, siamo trendy, siamo cool? Si, decisamente, pure a Campobasso e provincia. Chissà perché viene sempre in mente il Molise per far capire la portata del termine di paragone.
“Anyway”, miei cari “followers”, il primo passo è imparare l’Italiano. Non lo dimenticate. Mai.

pultropo

Ora passiamo alla paura trasformatasi in ansia. L’Inglese è fondamentale e qui nessuno lo nega; ma c’è qualcosa dietro quelle parole pronunciate in quei convegni motivazionali (a cui tutti noi abbiamo partecipato con la speranza di ricavarci soldi facili, per accorgerci poi di dover vendere fumo alle persone) che lascia l’amaro in bocca. Saper parlare bene, si dice, significa ottenere l’80 % di quello che si vuole ottenere. Si può creare una necessità non necessaria in una persona di punto in bianco, se si sa parlare bene. Scorsese in “The Wolf of Wall Street”, ad esempio, ci ha dato saggio di tutto ciò. E se si sa parlare bene, creando un’aspettativa farlocca, impreziosita da neologismi anglosassoni, il gioco è fatto.

La parola che mi fa più paura è MARKETING, nonostante l’abbia studiato, anzi forse proprio per quello. L’accostamento di parole che mi fa piombare nell’ansia più assoluta è invece NETWORK MARKETING:

“Il Network Marketing è una attività imprenditoriale che permette anche a coloro che non hanno alcuna esperienza di diventare imprenditori, perciò la formazione riveste un ruolo determinante al fine di poter sviluppare il proprio network e l’attività in genere”.

Questo lo dice Wikipedia. Quanta puzza di bruciato sentite ad ogni parola che leggete da questo estratto?

Partecipando ai vari incontri di aziende organizzate in questo modo, ho avuto l’impressione di una setta: gente che si da il “cinque” a vicenda, o meglio il “five” e che si sprona a dare “the best of himself” intingendosi di arroganza e presunzione. Motivation, leadership, multi-level marketing, team leader: parole buttate li tra belle speranze di appioppare al prossimo prodotti e servizi di cui non si è mai sentito il bisogno. L’etica sembra sfumare tra le leggi del mercato globale e la lingua che porta con se questo allontanamento dai valori di onestà diviene inevitabilmente l’esoterico inglese, o meglio l’americano. Perché è al “fare” d’oltreoceano che  si ispirano questi personaggi. Quel lupo di Scorsese è ben impresso nelle menti dei nostri amici venditori di fumo. Badate bene, non sono i concetti ad essere importanti, ma solo le parole, le parole americane. Perché il concetto è sempre poco chiaro ma la parola è forte, emotiva, fa presa diretta sulla setta.

Insomma, io non sono un antiamericano, o almeno non sempre. Alla fine del discorso non venite a menarmela che se non c’erano loro e il loro piano Marshall ci avrebbero invaso quei cattivoni dei comunisti, mangiandosi tutti i nostri bambini. Io non dico che l’America sia il male più assoluto e che l’Inglese sia una lingua di matrice ingannevole, ma senz’altro quello che stiamo importando dall’America e dalla sua grammatica, dispiace dirlo, sono le più misere e tristi cose peggiori.

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La rivincita dei Nerds: da Zuckerberg a Big Bang Theory

“Mark Zuckerberg è uno sfigato”. Questo doveva essere il pensiero dei suoi colleghi ad Harvard e questo sarebbe il commento di chiunque lo veda passeggiare in strada senza il cartello “appiccicato” addosso che recita: “Sono quello che ha inventato facebook”. Il caro Mark sembra uscito da uno di quei “college film” in cui il grassone, preso per il culo dal bullo di turno, viene chiuso nell’armadietto dei corridoi delle scuole americane, un Milhouse senza nemmeno l’amico Bart-figo che lo difende.

La rivincita dei Nerds però, negli anni 2000, è un dato di fatto. E uno stile che si afferma parte, che ci piaccia o meno, dall’abbigliamento. Occhialoni spessi e grossi, magliette di supereroi, capello unto e non curato. Quante ne vedete in giro oggi di gente così? Ok, è un clichè, esiste anche il cervellone che non palesa goffaggine e sociopatia apparente, ma, sinceramente parlando, col rischio di sembrare dei “renzies”, “uscite da questo blog” e trovatemene un numero consistente per far si che lo stereotipo si annulli. Ricordate questo personaggio? Steve Urkel ?

Urkel

Ecco, nessuno si sarebbe sognato, negli anni 90, che oggi Steve sarebbe diventato un modaiolo. Gli orfani di Urkel, nel decennio successivo, possono consolarsi con la sit-com televisiva Big Bang Theory, che in verità, parere personale, usa lo stereotipo Nerd, più che altro, per sfruttare la sagacia e l’acutezza degli sceneggiatori nel creare battute mai banali. Quel che stupisce in questa serie è la consapevolezza Nerd del personaggio Sheldon Cooper, che ignora i motivi del disagio che gli altri provano nei suoi confronti, considerandolo frutto della sua impareggiabile intelligenza.

Se è vero che la TV non può fare a meno di prendere spunto dalla realtà, io dichiaro Mark Zuckerberg il frutto di una mutazione genetica. Una fusione in stile Dragon Ball tra Steve Urkel e Sheldon Cooper. Il Nerd in questione però ha una piccola sostanziale differenza con i due “padri”: è un miliardario, ed oggi si è svegliato spendendo 16 miliardi di dollari per comprare la più famosa app per cellulari di messaggistica istantanea: What’s Up.  Il film del 1984 di Jeff Kanew aveva di troppo anticipato i tempi, si è pensato ad un remake nel 2006, poi cancellato, poi ripreso per ben tre volte. Ora, nel 2014, un’ennesima rivisitazione pare necessaria. La realtà ha teorizzato e applicato socialmente il modello dello sfigato di successo e ci invade inevitabilmente di sosia poco riusciti. La rivincità è dunque completa: dalla moda, alle serie tv di successo fino alla soddisfazione economica più esagerata. La verità è che forse Mark è un duro e che magari gli sfigati siamo noi.

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Happy days

Inizio così. Primo post.

Terza, quarta o quinta “Repubblica”? Fate voi. Accendete la TV: LA7, mica Berlusca o FAZIOsità serali da Sanremo. Il grande fratello va in scena, due showmen a confronto. Un finale epico, roba che nemmeno Christopher Nolan. Ciao mia bella patria, ti lascio alla pressapochezza dei litigi da “Mamma Ciccio mi tocca”.