Anche i Ramones muoiono

Io stamattina stavo dormendo (mattina tardi in verità, diciamo dopo mezzogiorno). Nemmeno l’odore del sugo sui maccheroni mi ha fatto aprire gli occhi. Poi mi arriva una telefonata: “E’ morto il batterista dei Ramones”, manco fosse mio cugino. Mi agito. Non ero per niente sveglio, poi ho assimilato che Tommy Ramone era morto davvero.

Quando, qualche anno fa, Valentino Rossi perse il mondiale all’ultima gara, per una caduta, dichiarò di avere delle sensazioni strane. Prima di allora si sentiva immortale, invincibile, come gli eroi dei fumetti, disse. In quel giorno scoprì che nella vita reale anche gli eroi dei fumetti muoiono. Ecco, io, i Ramones, li ho sempre visti così: come eroi dei fumetti, come quelli che non muoiono mai.

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Eppure col tempo sono morti anche loro. Prima Joey, poi Dee Dee, poi Johnny. L’ultimo Ramone rimasto della formazione originaria ci ha lasciati oggi. Il Ramone più buono, quello con più sale in zucca, talmente buono da abbandonare il gruppo prima di mischiarsi troppo con la vita rock ‘n’ roll. Ne divenne il manager, ma i suoi ragazzi continuarono a spendere più soldi in droga rispetto a quelli che guadagnavano nonostante in media facessero due concerti a settimana. Mi viene in mente il perenne inseguimento del coyote a beep beep. Un inseguimento durato dal 1974 al 1996: 2.263 concerti, dal Queens al mondo, guadagnando 125 dollari a settimana negli anni veri del punk, suonando sin dall’inizio inediti perché le cover degli altri erano troppo difficili per le loro abilità tecniche.

Come ogni Superman che si rispetti i fratelli non fratelli newyorkesi avevano tutti la loro criptonite, che la maggior parte delle volte si chiamava eroina. L’eroina negli anni del punk era un must inevitabile per una band come loro e forse servì pure a renderli così bizzarri e magnetici e ad imbruttire quel suono scomposto ma mai sentito prima, scoordinato, fuori tempo, senza metrica eppure perfettamente funzionante. John Peel li definì “i salvatori del rock” e, manco a dirlo, l’Inghilterra li adorò.

In patria il successo dei Ramones viveva, invece, spesso di alti e bassi e le critiche erano più dure. Superman, insomma, era solito trasformarsi in Clark Kent. La loro reputazione non era il top: dimenticavano i testi, suonavano pochissimi minuti e poi ripartivano daccapo con le stesse canzoni. Quando Joey annunciava l’attacco: one, two, three, four … ognuno iniziava con un pezzo diverso e poi inevitabilmente litigavano sul palco, facendo imbestialire il pubblico. Un disastro insomma. Una cosa che letta così ti fa anche ridere. Una di quelle cose che si vede solo nei cartoni animati.

Fu dopo Rocket to Russia, il terzo album, che le cose cambiarono e i Ramones ebbero coscienza della loro fama e importanza. Anche se qualcuno ancora li definì: “uno scherzo di cui la gente si stancherà molto presto“. E forse questo qualcuno non aveva nemmeno tutti i torti, forse i Ramones sono stati davvero uno scherzo riuscito male e magari non sono nemmeno davvero morti, ma sono ancora li al CBGB di New York a prendere per il culo il pubblico e tutta la storia del rock ‘n’ roll prima e dopo di loro.

Io comunque ve lo prometto. Nessuno riuscirà mai a sedarvi davvero.

I mondiali di calcio, le incazzature popolari e Gattuso che ci regala un panino

Forse qualcuno ancora non lo sa, ma pare che siano iniziati i mondiali di calcio in Brasile. Ora, uno pensa che non ci sia niente di più bello: il sole, il pallone, le femmine sudamericane mezze nude che fanno il tifo sugli spalti, carnevali improvvisati in strada, tifosi di ogni nazione che si “imbrasilianizzano” e fanno il carnevale anche loro. “Tutto molto bello”, insomma, come diceva il buon Bruno Pizzul.

E invece è successo che questi brasiliani ci hanno deluso. Uno, insomma, gli da il mondiale e loro si mettono a protestare, invece di ballare ed essere felici come luogo comune vuole? Ma l’appunto più grande io lo voglio fare al governo brasiliano. Nel 1978, in Argentina, vennero innalzate delle mura, ex novo, in un paio di giorni, che oscurarono le villas più degradate, i quartieracci popolari, tutto spaccio, povertà e criminalità. Una cosa facile facile nel 1978, senza twitter e facebook . Oggi, invece, questi maledetti social, gli stessi strumenti del demonio globalizzatore, hanno dato paradossalmente voce alle sommosse popolari: in primis alla primavera araba, passando per le incazzature del popolo greco e ucraino, fino a smuovere oggi gli animi caldi brasiliani.

Il problema di quest’ ultimi è la spesa sproporzionata di soldi pubblici, per far giocare miliardari in strutture costate miliardi, che non serviranno più tra meno di un mese. Il budget previsto è stato, tra l’altro, di quattro volte superiore a quello effettivo. Il tutto a scapito dei cittadini più poveri, che hanno visto così aumentare la forbice di disuguaglianza con i citizens più benestanti. Cari brasiliani, però una cosa ve la voglio dire. Io vivo in Italia e questa cosa, qui, succede da decenni, più o meno dagli anni ’80 e di certo noi non ci mettiamo a fare tutto sto casino.

E comunque iniziato il mondiale, finite le proteste. O almeno non se ne parla più. Va a finire sempre così. Vabbè.

Rimane, ad ogni modo, la bellezza insita della manifestazione. Però non ve la voglio menare con la storia dello sport che unisce i popoli e bla bla bla. Quello che a me piace dei mondiali è il fatto che per un mese intero non si parli d’altro e che tutto sia connesso o collegato all’evento. Cose belle e cose brutte. Io voglio parlare solo di quelle brutte però: il marketing e l’economia, che traslano la loro anima cattiva in parossismo patriottico sportivo, in modo che le offerte su prodotti e servizi si sprechino.

Nel 2006 Euronics o Unieuro o Mediaworld (o magari sono tutti e tre la stessa cosa) quasi fallirono per non aver creduto nemmeno lontanamente alla vittoria degli azzurri in Germania. Il fuori tutto alla vittoria della nazionale di Lippi fece odiare dagli strateghi commerciali della catena di elettrodomestici quel leone stronzo della pubblicità che noi utenti già odiavamo da tempo.

Quest’anno la marchetta ovviamente è ricominciata e tutti cercano un po’ di pubblicità: Scommesse sportive rimborsate se l’Italia perde. Viaggi scontati se gli azzurri vincono. Spese al supermercato risarcite a metà se la Nazionale pareggia. Gattuso che ci vuole regalare quello schifo di panino del Mc Donald’s che nemmeno a gratis io lo mangerei (male che va c’è la bibita). Ma quanti gufi allora ha attorno il gruppo di Prandelli? Quante carogne in giacca e cravatta che studiano i meccanismi più subdoli per scatenare l’impulso all’acquisto delle persone?

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A questo punto del post ho fatto una ricerca. “Tutto ebbe inizio nel 2006 con i Mondiali di Germania, con l’idea del signor Bernasconi, meglio conosciuto come Mr Mediaworld. Ve la ricordate l’offerta? Acquista un televisore: se l’Italia vince i Mondiali te lo regaliamo. Sapete come è andata? No, non ai Mondiali: i francesi li abbiamo fatti secchi ai rigori. Ma nelle vendite! 13Mila televisori comprati: 18milioni di euro di rimborsi da dare ai clienti. Qualcuno disse che con quell’offerta Mediaworld andò a tanto così dal fallire. Bernasconi dice che lo rifarebbe”.

 

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Caro Bernasconi tu, forse, sei un genio incompreso, ma chissà perché ti sei dimesso poi qualche anno dopo. Ci stavi simpatico tutto sommato, ci hai regalato tante televisioni. A me quello che stava sul cazzo era solo il leone della pubblicità, che, per la cronaca, all’anagrafe si chiama Napoleone.

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La storia di un nuovo risveglio

Chi ce lo fa fare di alzarci dal letto quando piove? Probabilmente vostra mamma ve lo fa fare, perché, a 26, come a 36 anni, sarà sempre lei a rompere i coglioni la mattina presto alle 14.30. Aspirapolvere con la levetta di potenza (e di conseguente rumore) al massimo, rtl 1025 in tv nell’altra stanza (perché oggi c’è la radio pure in tv); quella stanza da cui arriva l’inquietante folletto, a manetta, con Biagggio Antonacci in sottofondo. Voce stridula nel ritornello: “Io ti penso raramenteeeeee”. Vabbè. Mia mamma è comunque una brava mamma, prima delle 14.30.

Non è che io voglia svegliarmi tardi; è che la notte sono costretto a fare progetti di vita, ad “abbuscarmi” il pane e sono intento a costruire lo space shuttle che mi porterà sulla luna, oppure mi crollerà sul tetto della stanza, uccidendomi, come Donnie Darko.

Non sono cattivo, però mia mamma la tratto male la mattina presto. Mi sveglio un po’ distorto, ho voglia che la notte prima non finisca mai, oppure che finisca subito, per decidere finalmente di alzarmi la mattina presto. Mi puzza l’alito di Jagermeister, mi rimbomba in testa “Intro” degli XX, mi fanno male le ginocchia e ho qualche livido sul braccio. Sento ridere di gusto una ragazza di fianco a me mentre apre la tenda e la zanzariera, con un buco che pure un calabrone ci entrerebbe. Pensavo piovesse e invece c’è il sole, c’è Robert De Niro in tv, c’è un muratore sul palazzo di fronte che mangia mortadella calda in un panino. La carta argentata che lo avvolge riflette la luce e mi trapassa l’occhio. Sono sveglio.

Poi mi rendo conto che mia mamma l’ho solo sognata. Avevo sognato l’evento del risveglio quotidiano, salvo poi ritrovarmi in una situazione opposta, in una camera di un hotel con vista sul mare e con la birra gelata nel frigo bar. Sorrido, pago il conto e vado via. Voglio tornarci presto, voglio svegliarmi più spesso.

Ho letto una cosa su “come cambiare le proprie abitudini negative in 30 giorni”. Righe e righe di sproloqui e alla fine i punti cardine sono sempre gli stessi: consapevolezza dell’errore, volontà di cambiamento e, come conseguenza, ti abitui a nuove abitudini. Chi ce lo fa fare?

Io mi tengo le mie di abitudini, che poi tanto negative non sono, perché mi lasciano sempre un bel sapore in bocca (a parte il Jagermeister) e perchè sono coerente. I Joy Division li ascolterò sempre, il sole negli occhi mi darà sempre fastidio, così come l’aspirapolvere di mia madre e i dj di rtl in tv che annunciano Biagio Antonacci. Tanto quello era solo un sogno, la realtà è che sono ancora in quell’hotel, con quella ragazza che sorride senza motivo. E allora forse qualcosa è cambiato davvero, c’è qualcosa di nuovo in questo risveglio, c’è che “love will tear us apart again“…

Nu passettin annanz e nu passettin arret

Quando vai ad un funerale arriva il momento in cui, al cimitero, si chiude la cripta con il cemento e i mattoni, tra il silenzio generale rotto da qualche singhiozzo e dal rumore della cazzuola che sbatte sul secchio in cui l’impasto viene preparato. Ci vogliono tre mattoni in verticale e tre in orizzontale per sigillare la cripta. Pian piano scompare la luce accecante di un mezzogiorno di maggio, che faceva capolino poco prima in quella cavità. Ci vogliono circa 15 minuti per completare il tutto, 15 minuti in cui ti fermi, guardi e realizzi.

Qualunque sia stato il tuo rapporto con il defunto tutto si azzera. Era ricco, bello, fortunato, simpatico, imbarazzante, ti doveva dei soldi. Non ha più significato in quei 15 minuti. Le riflessioni le fai su te stesso, sulla tua vita paragonata alla sua, sulle esigenze che hai, su quello che potevi dare e non hai dato, sull’equilibrio fragile dell’esistenza e su quanto sia giusto continuare a credere in qualcosa.

A me, ad esempio, è venuta in mente questa cosa qui:

 

Tornato a casa, però, ho desiderato di mangiare il mio piatto di pasta preferito, di aprire il libro che non ho finito di leggere da troppo tempo, di dare un bacio al mio cane e di chiedere ai miei genitori come avevano passato la mattinata e se l’avevano passata bene. Ho pensato che la tragedia di un ragazzo morto suicida a 29 anni mi obblighi ad essere una persona migliore, ad aprire la finestra la mattina e a stropicciarmi gli occhi dalla meraviglia. Ho pensato che oggi ho voglia di parmigiana di melanzane, di vento caldo in faccia, di idee pratiche in testa, di lavorare per guadagnarmi i soldi per comprare l’ acqua minerale.

Ho pensato di circondarmi di persone che mi vogliono bene, e di scrivere una cosa qui per ricordarmi un giorno di aver fatto una promessa. Una promessa a me stesso.

I “riempisperanza”

Oggi mi va di fare della filosofia. Del resto mi dicono spesso che attuo un uso massiccio dell’arte oratoria, che sono bravo a parlare, a dissuadere, ad essere prolisso e divulgativo, a girare intorno al nocciolo della questione senza fare della concretezza il punto fondamentale. Sul mio libro del liceo, comprato in saldo da un tale sconosciuto, uno di quei libri usati, presi a metà prezzo dagli studenti degli anni prima, regnava una scritta in stampatello, a mò di annotazione, aggiunta evidentemente non in fase di stampa, che fungeva da occhiello al titolo sul frontespizio. Il titolo era una cosa tipo “Manuale di filosofia” e la scritta, appunto, recitava con calco sbiadito (frutto probabilmente di una vecchia Bic blu che stava per terminare l’inchiostro) testuali parole:

“La filosofia è la scienza con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.

Ora io li per li mi feci una grossa grassa risata, con quel tono a metà tra l’ironico e l’ammirativo. Ci credevo in quella cosa, perché al liceo nessuno aveva voglia di studiare filosofia quando poi all’uscita di scuola ti si chiedeva di ultimare la squadra del fantacalcio, di fare un filtro con il quaderno di matematica e di passare nel pomeriggio al bar per litigare su chi fosse più forte tra Ronaldo il fenomeno e Del Piero, quello vero, prima che si infortunasse ad Udine.

A distanza di anni ho capito che quel ragazzo, quello che ha lasciato quell’appunto sul quel frontespizio, ora magari fa il commesso da Foot Locker, oppure risponde al telefono nello studio del padre. Ha una ragazza da 7-8 anni, ma che da almeno 2 non gli fa nemmeno un pompino, in estate va a Mikonos per una settimana, e in inverno a Roccaraso, a sciare, sulla neve. Nella sua vita, insomma, tutto rimane esattamente tale e quale come lui stesso aveva predetto. Quel ragazzo è furbo perché non ha bisogno di vedere altro. Forse a 50 anni, con tre figli a carico, avrà bisogno della paroxetina e degli assegni familiari, cambierà la settimana a Mikonos con un weekend in Calabria e l’inverno magari lo passerà davanti al camino a tagliare caldarroste.

Quel ragazzo li ha fatto a meno della filosofia, ha creduto nella concretezza dei mille e duecento euro al mese, ed ora è felice della sua normalità, della sua composta schiavitù, della sua apparente perfezione. Tradirà la moglie con una puttana in saldo, trascurerà il figlio più grande a scapito del secondo, sul quale scaricherà tutte le sue ambizioni fallite e i suoi sogni liceali, quelli si non rimasti più tali e quali, ma sbiaditi lentamente come un appunto scritto con una vecchia Bic blu sul frontespizio di un manuale di filosofia.

Quello che cercherà ora è un nuovo appunto, un appunto “riempisperanza”, un pezzo di vita che ha rifiutato per una certezza rivelatasi poi una gabbia dorata e terribilmente fredda. Un “riempisperanza” è il rischio che si auspicava ma che poi non si è voluto prendere, un “riempisperanza” è quello che voleva essere e poi non è stato, per una mancata partenza, un mancato amore, un mancato coinvolgimento. Un “riempisperanza” è una macchina spenta lungo un sentiero preciso, che passa attraverso un finto campo di grano, alla fine del quale c’è un muro che non si vuole abbattere. Un “riempisperanza” è il modo di sentirsi meglio, di poter dire un giorno di aver vissuto davvero. Un “riempisperanza” è quello che quasi nessuno sceglie mai e che poi cerca quando è troppo tardi. Un “riempisperanza” è cancellare quell’appunto e credere che nulla resti davvero sempre tale e quale.

Ma del resto, come biasimare quel ragazzo? Essere un “riempisperanza” ha un prezzo importante, non da sicurezze, non da certezze, da solo stimoli. A chi importa? A noi piace andare piano, non correre, dire bugie a noi stessi e acchiappare i buoi quando sono scappati dalla stalla. Tanto la colpa non è mai nostra, ma della filosofia, che al liceo ci confondeva le idee, che spesso ci ha fatto perdere la testa, ci ha infatuato, salvo poi ripensare a quella scritta e scegliere di rinunciare. Scegliere di non costruire.

Mi hanno fatto odiare Charles Bukowski

Nella top five delle gente più citata a cazzo della storia trova inevitabilmente posto lui: Henry Charles Bukowski. Bukowski chi? No, ok. Questo lo conoscete tutti, ma proprio tutti, ma veramente tutti. E tutti decisamente male. Io questa cosa non me l’aspettavo fino a poco tempo fa, fino a prima dell’avvento di facebook per intenderci.

Dico, l’avete mai letto sul serio il vecchio Hank? No perché pare sia lo scrittore preferito da chiunque in questi anni. Nessuno manca di innalzare a proprio idolo personale quel vecchio depravato di talento e il suo stereotipo. Il buon Charlie ne ha scritte di banalità miste a colpi di genio impressionanti. La vita dissoluta, le sbronze, le corse dei cavalli, le avventure scopereccie, cose che sapete tutti. Non ce lo si aspetta da uno che ha una faccia così, o forse si.

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Si è proprio questa la sua faccia. Cosa vi aspettavate? Il volto e il fisico di Matt Dillon in “Factotum“, un film abbastanza brutto ispirato allo scrittore di Los Angeles, non c’entrano veramente niente con la disarmante amenità malinconica dei lineamenti reali di Henry Chinaski. A proposito, questo è il nome che usa come pseudonimo nei suoi libri. (A questo punto conoscete pure la sua faccia e il suo alter ego).

Ora, ragazzi miei, fermatevi qui. Vi spiego un attimo una cosa. Lasciate stare Bukowski. Se volete sentirvi meglio fate un video di “Happy from” oppure ubriacatevi si, ma con la giacca di velluto e le foto ricordo della serata che posterete sui social con una didascalia tipo: “serata top wuit mai best frends. Il meglio deve ancora venire“.

Lasciate stare Bukowski. Lui era un uomo triste, un poeta soprattutto e un discreto scrittore. Uno che non si cagava nessuno e ora vorreste cagarvelo voi. Hank diceva pure un sacco di stronzate, però era un uomo vero, crudo, consapevole di fare schifo. Voi prendete a pretesto qualche sua bella frase prima di improfumarvi con l’acqua di Giò e bervi i mojito col ghiaccio tritato. Del resto voi mi insegnate che con l’alcol è sempre la stessa storia. “Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa“. Questa pure la sapete e la condividete spesso, dai 13 anni in su.

Ma a voi piace la gente perché è il più grande spettacolo del mondo e non si paga neppure il biglietto. Vero? E siete cresciuti per strada e le vostre università della vita sono gli ospedali, le galere e le puttane. Vero?

Lasciate stare Bukowski. Perché Bukowski non è un idolo positivo ma è il fallimento del genere umano, la sconfitta dell’essere nella società, non è quello che volete diventare voi. Oppure sceglietelo, ma scegliete di leggerlo, apritelo un libro o una raccolta di poesie o magari date un’occhiata anche solo all’intervista che all’epoca gli fece Nanda Pivano. Documentatevi un attimo insomma, prima di scrivere a cosa state pensando sul sito di Zuckerberg. Perché non state pensando davvero a Bukowski, ma al prodotto costruito di quello figo che si ubriaca e si fotte tutte le donne del mondo e poi lo pagano pure per scrivere di queste storie. Quello, ad eccezione dell’ultima parte, succede nelle pubblicità di Dolce e Gabbana e di Paco Rabanne, che in più ci mette anche una valigia piena di soldi. Non è andata così nella vita reale e nemmeno in quella di Henry Charles Bukowski. Non va mai così.

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Il 25 Aprile: la storia dell’uomo che non vuole essere liberato

Il 25 Aprile è il giorno della liberazione. Non ve la voglio menare con la storia del vostro paese, se non la conoscete problemi vostri. Voglio invece menarvela con il concetto in sé di “liberazione”. Un concetto che, faziosamente, pare smuovere gli animi delle persone, ma, in realtà, tutto sommato, fa soltanto parecchia paura. La liberazione è indipendenza? La liberazione è felicità? La liberazione è amore?

Niente di tutto questo. La liberazione è suggestione dell’anima, è ansia, è paura dell’immaterialità del futuro. E’ il pensiero che ci rende buoni schiavi e buoni attori, artefatti e costipati da una vita di affanni, dalla noia e dal logorio del quotidiano. Tutti pazzi, folli, pieni di voglia di vivere, pieni di “sto aspettando l’occasione giusta”. Poi quando l’occasione viene, la paura della liberazione ce lo mette nel culo.

Tutti ostentiamo quello che poi in realtà non scegliamo. La comodità delle cose che abbiamo intorno non ci libera, ma ci rende stagnanti. E così, giorno dopo giorno, i capelli bianchi, le rughe, le speranze che vanno via e i rimpianti. Oggi è la giornata nazionale del rimpianto, di quella liberazione che non preferiamo mai. Della comodità, della televisione via satellite, della macchina in garage, del giardino antistante casa, del cinema al lunedì e del pranzo coi parenti la domenica. E’ la giornata che ci ricorda che qualcun altro ha lottato per noi, per liberarci dall’incubo del dover fare oggi qualcosa di diverso per sopravvivere, concedendoci la possibilità di scegliere una comodità cerebrale, uno stand-by dell’anima.

Il 25 Aprile è immateriale, è statico, è il giorno in cui, come tutti gli altri, noi non facciamo quello che vogliamo. E’ la celebrazione dell’abitudine del genere umano, tanto poi il Primo Maggio ci andiamo a fumare le canne a piazza San Giovanni e ci sentiamo liberi. Abbiamo in realtà sempre bisogno di appartenere: a una fede, a una religione, a una persona, a un gruppo di persone, ad un partito politico, a un telefono cellulare. Perché la libertà è diversità, discriminazione, è paura. Però è quello che, mentendo a noi stessi, ci auguriamo.

Io stasera mi metto i mocassini che tanto vanno di moda, una camicia burberry , il papillon, oppure le hogan. La benzina in macchina, la vodka belvedere sul tavolo del privè in discoteca. Le mani in tasca, la cera nei capelli, le sigarette nel taschino aspirate con rabbia, la cena elegante prima del party. Alla fine, che mi frega, pare si possa essere liberi pure così.

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Oppure me ne sto a casa e mi vedo un film tipo “Roma città aperta“.

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Oppure mi incazzo di nuovo, prendo in giro qualcuno, scelgo di odiare e amare qualcun altro e poi sorrido ironico e non accumulo risentimenti. Perché, in fondo, forse sono queste le cose che mi rendono veramente libero.

Oppure sono solo stupidamente e arrogantemente distaccato e dovrei fidarmi di più della tv, delle canzoni d’amore, delle serate a tema, degli aperitivi, della collettività, delle promesse della gente, e, perché no, pure del 25 Aprile.

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