La storia di un nuovo risveglio

Chi ce lo fa fare di alzarci dal letto quando piove? Probabilmente vostra mamma ve lo fa fare, perché, a 26, come a 36 anni, sarà sempre lei a rompere i coglioni la mattina presto alle 14.30. Aspirapolvere con la levetta di potenza (e di conseguente rumore) al massimo, rtl 1025 in tv nell’altra stanza (perché oggi c’è la radio pure in tv); quella stanza da cui arriva l’inquietante folletto, a manetta, con Biagggio Antonacci in sottofondo. Voce stridula nel ritornello: “Io ti penso raramenteeeeee”. Vabbè. Mia mamma è comunque una brava mamma, prima delle 14.30.

Non è che io voglia svegliarmi tardi; è che la notte sono costretto a fare progetti di vita, ad “abbuscarmi” il pane e sono intento a costruire lo space shuttle che mi porterà sulla luna, oppure mi crollerà sul tetto della stanza, uccidendomi, come Donnie Darko.

Non sono cattivo, però mia mamma la tratto male la mattina presto. Mi sveglio un po’ distorto, ho voglia che la notte prima non finisca mai, oppure che finisca subito, per decidere finalmente di alzarmi la mattina presto. Mi puzza l’alito di Jagermeister, mi rimbomba in testa “Intro” degli XX, mi fanno male le ginocchia e ho qualche livido sul braccio. Sento ridere di gusto una ragazza di fianco a me mentre apre la tenda e la zanzariera, con un buco che pure un calabrone ci entrerebbe. Pensavo piovesse e invece c’è il sole, c’è Robert De Niro in tv, c’è un muratore sul palazzo di fronte che mangia mortadella calda in un panino. La carta argentata che lo avvolge riflette la luce e mi trapassa l’occhio. Sono sveglio.

Poi mi rendo conto che mia mamma l’ho solo sognata. Avevo sognato l’evento del risveglio quotidiano, salvo poi ritrovarmi in una situazione opposta, in una camera di un hotel con vista sul mare e con la birra gelata nel frigo bar. Sorrido, pago il conto e vado via. Voglio tornarci presto, voglio svegliarmi più spesso.

Ho letto una cosa su “come cambiare le proprie abitudini negative in 30 giorni”. Righe e righe di sproloqui e alla fine i punti cardine sono sempre gli stessi: consapevolezza dell’errore, volontà di cambiamento e, come conseguenza, ti abitui a nuove abitudini. Chi ce lo fa fare?

Io mi tengo le mie di abitudini, che poi tanto negative non sono, perché mi lasciano sempre un bel sapore in bocca (a parte il Jagermeister) e perchè sono coerente. I Joy Division li ascolterò sempre, il sole negli occhi mi darà sempre fastidio, così come l’aspirapolvere di mia madre e i dj di rtl in tv che annunciano Biagio Antonacci. Tanto quello era solo un sogno, la realtà è che sono ancora in quell’hotel, con quella ragazza che sorride senza motivo. E allora forse qualcosa è cambiato davvero, c’è qualcosa di nuovo in questo risveglio, c’è che “love will tear us apart again“…

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I “riempisperanza”

Oggi mi va di fare della filosofia. Del resto mi dicono spesso che attuo un uso massiccio dell’arte oratoria, che sono bravo a parlare, a dissuadere, ad essere prolisso e divulgativo, a girare intorno al nocciolo della questione senza fare della concretezza il punto fondamentale. Sul mio libro del liceo, comprato in saldo da un tale sconosciuto, uno di quei libri usati, presi a metà prezzo dagli studenti degli anni prima, regnava una scritta in stampatello, a mò di annotazione, aggiunta evidentemente non in fase di stampa, che fungeva da occhiello al titolo sul frontespizio. Il titolo era una cosa tipo “Manuale di filosofia” e la scritta, appunto, recitava con calco sbiadito (frutto probabilmente di una vecchia Bic blu che stava per terminare l’inchiostro) testuali parole:

“La filosofia è la scienza con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.

Ora io li per li mi feci una grossa grassa risata, con quel tono a metà tra l’ironico e l’ammirativo. Ci credevo in quella cosa, perché al liceo nessuno aveva voglia di studiare filosofia quando poi all’uscita di scuola ti si chiedeva di ultimare la squadra del fantacalcio, di fare un filtro con il quaderno di matematica e di passare nel pomeriggio al bar per litigare su chi fosse più forte tra Ronaldo il fenomeno e Del Piero, quello vero, prima che si infortunasse ad Udine.

A distanza di anni ho capito che quel ragazzo, quello che ha lasciato quell’appunto sul quel frontespizio, ora magari fa il commesso da Foot Locker, oppure risponde al telefono nello studio del padre. Ha una ragazza da 7-8 anni, ma che da almeno 2 non gli fa nemmeno un pompino, in estate va a Mikonos per una settimana, e in inverno a Roccaraso, a sciare, sulla neve. Nella sua vita, insomma, tutto rimane esattamente tale e quale come lui stesso aveva predetto. Quel ragazzo è furbo perché non ha bisogno di vedere altro. Forse a 50 anni, con tre figli a carico, avrà bisogno della paroxetina e degli assegni familiari, cambierà la settimana a Mikonos con un weekend in Calabria e l’inverno magari lo passerà davanti al camino a tagliare caldarroste.

Quel ragazzo li ha fatto a meno della filosofia, ha creduto nella concretezza dei mille e duecento euro al mese, ed ora è felice della sua normalità, della sua composta schiavitù, della sua apparente perfezione. Tradirà la moglie con una puttana in saldo, trascurerà il figlio più grande a scapito del secondo, sul quale scaricherà tutte le sue ambizioni fallite e i suoi sogni liceali, quelli si non rimasti più tali e quali, ma sbiaditi lentamente come un appunto scritto con una vecchia Bic blu sul frontespizio di un manuale di filosofia.

Quello che cercherà ora è un nuovo appunto, un appunto “riempisperanza”, un pezzo di vita che ha rifiutato per una certezza rivelatasi poi una gabbia dorata e terribilmente fredda. Un “riempisperanza” è il rischio che si auspicava ma che poi non si è voluto prendere, un “riempisperanza” è quello che voleva essere e poi non è stato, per una mancata partenza, un mancato amore, un mancato coinvolgimento. Un “riempisperanza” è una macchina spenta lungo un sentiero preciso, che passa attraverso un finto campo di grano, alla fine del quale c’è un muro che non si vuole abbattere. Un “riempisperanza” è il modo di sentirsi meglio, di poter dire un giorno di aver vissuto davvero. Un “riempisperanza” è quello che quasi nessuno sceglie mai e che poi cerca quando è troppo tardi. Un “riempisperanza” è cancellare quell’appunto e credere che nulla resti davvero sempre tale e quale.

Ma del resto, come biasimare quel ragazzo? Essere un “riempisperanza” ha un prezzo importante, non da sicurezze, non da certezze, da solo stimoli. A chi importa? A noi piace andare piano, non correre, dire bugie a noi stessi e acchiappare i buoi quando sono scappati dalla stalla. Tanto la colpa non è mai nostra, ma della filosofia, che al liceo ci confondeva le idee, che spesso ci ha fatto perdere la testa, ci ha infatuato, salvo poi ripensare a quella scritta e scegliere di rinunciare. Scegliere di non costruire.

Se te lo spiegano con il calcio lo capisci: il “pallone”, l’ironia e il quotidiano

Su internet si possono fare un sacco di cose serie. Ma cominciare a prendersi troppo sul serio è il primo passo verso una vita futura infelice e frustrante. Quindi, alla fine, si finisce nel perdersi nelle cosiddette “frivolezze”, che poi sono le cose che ci fanno stare meglio e ci svuotano per un po’ la coscienza da rimpianti e rimorsi e dalla sensazione del “devo fare qualcosa e non star fermo qui al pc”.

Ci sono poi “frivolezze” e “Frivolezze”. Tralasciando facebook, e i suoi link e post profondi sul senso della vita piuttosto che sui gatti con gli occhioni dolci, il web ci offre occasioni di svago che, se prese nel giusto modo, possono insegnarci qualcosa ed aprire la nostra mente alla creatività, al gusto e allo stra-ordinario.

Spesso da concetti semplici e popolari nascono idee geniali. Questa che sto per mostrarvi, ad esempio, è una di quelle. Cosa c’è di più popolare del gioco del calcio? Cosa c’è di più semplice, e allo stesso tempo geniale, dell’applicarlo ai fatti quotidiani dell’esperienza? La campagna di lancio di una rivista spagnola sul futbòl, lo sport, e la cultura che questi generano, ha sviluppato un’idea così legata al giornaliero, al consueto, da risultare parte integrante della vita di molti di noi. “Se te lo spiegano con il calcio lo capisci”. C’è qualcosa di più vero di tutto ciò? Tralasciando il finto atteggiamento da radical chic, di quelli che dicono “il calcio è volgare, io preferisco sport più nobili, in cui c’è il rispetto per l’avversario e dei valori e bla bla bla bla”, il gioco del “pallone” piace a tutti, o almeno alla maggior parte di noi. E anche chi non lo apprezza sul serio, non può fare a meno di non ritrovarselo citato in ogni dove. I suoi concetti, più che le sue regole, sono conosciuti da tutti. Guardare per credere.

http://video.repubblica.it/divertimento/se-te-lo-spiegano-con-il-calcio-lo-capisci-la-nostra-storia-e-finita/158534/157027?ref=vd-auto

libero

Ai quattro spot si potrebbero affiancare molte altre citazioni calcistiche applicabili alla quotidianità della vita.

Mi vengono in mente:

“Ho fatto goal”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che hanno fatto sesso.

“Ho preso il palo”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che non hanno fatto sesso.

“Salvarsi in calcio d’angolo”, “Salvare sulla linea”. Cavarsela per un pelo.

“Sbagliare a porta vuota”. Se ve lo dicono vuol dire che siete degli imbranati cronici.

E molte altre ancora..

Insomma, quel che resta è soprattutto l’ironia e la leggerezza di uno sport che ci piace così tanto perché ci rende in qualche modo più facile la vita, anche con la sua grammatica e il suo vocabolario. Senza dimenticare le prese per il culo, gli “sfottò” e tutto il resto, fino a quando non sfociano nella demenza.

Oggi è il web ad essere la patria della parodia applicata al calcio. Per uno cresciuto con la Gialappa’s band e i loro “Mai dire…” suona triste non vedere più in tv il lato più lieve e meno ipocrita della carovana pallonara. Ma, del resto, il televisore è oggi poco più che un semplice soprammobile e il pc ne sta sostituendo anche i contenuti, rendendoli tra l’altro più interattivi e accessibili. Gli eredi dei “Gialappi” sono ragazzi che, armati di ironia e insolenza, spopolano tra le nuove generazioni digitali, offrendo una nuova prospettiva dello sport italiano per eccellenza. Pagine facebook e siti web come Chiamarsi bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi, Calciatori brutti, piuttosto che Gli Autogol, hanno traslato sulla rete gli orfani della leggerezza, quelli che ancora riescono a non prendersi troppo sul serio e che non fanno del “pallone” una ragione di vita, ma piuttosto una ragione per ridere della vita.

“L’ironia è il modo. L’unico attraverso il quale si possa dire quasi qualunque cosa, parlare a tutti. L’ironia e la leggerezza. Rendere lievi le cose serie e serie le cose lievi”.

La rivincita dei Nerds: da Zuckerberg a Big Bang Theory

“Mark Zuckerberg è uno sfigato”. Questo doveva essere il pensiero dei suoi colleghi ad Harvard e questo sarebbe il commento di chiunque lo veda passeggiare in strada senza il cartello “appiccicato” addosso che recita: “Sono quello che ha inventato facebook”. Il caro Mark sembra uscito da uno di quei “college film” in cui il grassone, preso per il culo dal bullo di turno, viene chiuso nell’armadietto dei corridoi delle scuole americane, un Milhouse senza nemmeno l’amico Bart-figo che lo difende.

La rivincita dei Nerds però, negli anni 2000, è un dato di fatto. E uno stile che si afferma parte, che ci piaccia o meno, dall’abbigliamento. Occhialoni spessi e grossi, magliette di supereroi, capello unto e non curato. Quante ne vedete in giro oggi di gente così? Ok, è un clichè, esiste anche il cervellone che non palesa goffaggine e sociopatia apparente, ma, sinceramente parlando, col rischio di sembrare dei “renzies”, “uscite da questo blog” e trovatemene un numero consistente per far si che lo stereotipo si annulli. Ricordate questo personaggio? Steve Urkel ?

Urkel

Ecco, nessuno si sarebbe sognato, negli anni 90, che oggi Steve sarebbe diventato un modaiolo. Gli orfani di Urkel, nel decennio successivo, possono consolarsi con la sit-com televisiva Big Bang Theory, che in verità, parere personale, usa lo stereotipo Nerd, più che altro, per sfruttare la sagacia e l’acutezza degli sceneggiatori nel creare battute mai banali. Quel che stupisce in questa serie è la consapevolezza Nerd del personaggio Sheldon Cooper, che ignora i motivi del disagio che gli altri provano nei suoi confronti, considerandolo frutto della sua impareggiabile intelligenza.

Se è vero che la TV non può fare a meno di prendere spunto dalla realtà, io dichiaro Mark Zuckerberg il frutto di una mutazione genetica. Una fusione in stile Dragon Ball tra Steve Urkel e Sheldon Cooper. Il Nerd in questione però ha una piccola sostanziale differenza con i due “padri”: è un miliardario, ed oggi si è svegliato spendendo 16 miliardi di dollari per comprare la più famosa app per cellulari di messaggistica istantanea: What’s Up.  Il film del 1984 di Jeff Kanew aveva di troppo anticipato i tempi, si è pensato ad un remake nel 2006, poi cancellato, poi ripreso per ben tre volte. Ora, nel 2014, un’ennesima rivisitazione pare necessaria. La realtà ha teorizzato e applicato socialmente il modello dello sfigato di successo e ci invade inevitabilmente di sosia poco riusciti. La rivincità è dunque completa: dalla moda, alle serie tv di successo fino alla soddisfazione economica più esagerata. La verità è che forse Mark è un duro e che magari gli sfigati siamo noi.

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