Poesia per un amico

Stamattina mi sono svegliato con una penna conficcata in un fianco. Aveva quasi bucato il materasso. Il pigiama in pile ha fatto si che non me ne rendessi conto. Allora ho pensato che stanotte avevo finito di scrivere qualcosa, o probabilmente un pezzo.

Qualche amico mi ha detto che sono troppo arrabbiato e che non ce n’è motivo e mi ha sfidato a scrivere qualcosa di diverso. Ho pensato che uno di loro ha una profonda infatuazione per una ragazza e ho deciso di vendergli qualche verso. Poi magari funziona da curriculum per i baci perugina, oppure mi mette in buona luce agli occhi dei romanzieri “harmony” contemporanei italiani, tipo Moccia o l’altro che prima faceva ridere alle Iene. Ho pensato pure a Pasolini per un momento, però è meglio se non mi faccio insultare prima del tempo.

E poi “abbuscare” i soldi e i riconoscimenti di Fabio Volo sarebbe pure bello.

volo

Ho scritto in dialetto per questo ve ne parlo in modo scarno. Ho pensato che fosse più diretto. Ho pensato che rendesse meglio. Ho pensato pure a Trilussa per un momento, però è meglio se non mi faccio insultare prima del tempo. E’ la storia di un mio amico e della sua ossessione. Non volevo che un post diventasse un fatto personale, però mi sa che è tardi ora per cancellarlo e parlare d’altro.

 

AD UN AMICO CA VULESSE SEMP SPERA’

Vulesse ca nisciun te tuccasse
Vulesse ca o ciel me guardasse
E me sputasse nfaccia
Cu na pioggia allegra
Ca annasconne tutta sta malincunia
Vulesse ca nu juorno me scetasse
E tutta l’aria ca teng sott e scarpe
Se trasfurmasse rind a l’acqua
Ca rind o ciume scorre
E abbagna e fianc tuoje liggier
E cu a mancanza e ciat
Vulesse ca poi turnasse a scorrere rind e vene
A forza e sta tempesta ca sconquassa
Core, cerviell e sang e rind all’ossa
Trase cum a nu curtiell doce
E s’accumpagn chian chian
Vers a fine ra jurnata cu te affianco
E accussì o scorrere ro tiemp è na delizia
Pecché mi lascia semp n’ata voglia nova
E senza le mancanze ca sta vita c’ha concesso
Mi rende rind a stu vortice e penzier
Cum si fosse ancora, n’ata vot e semp sazio.
Vulesse allor semp sperà rind a sta proposta
Ca stu bagn a mare se trasfurmasse rind a na pesca redditizia
Ca sta fonte e luce m’accecasse ma senza e mi togliere a vista
Ca stu fuoc e brace mi cucesse pure a carne chiù mulliccia
Ca sta vucchella e st’uocchie me purtassero rind a via giusta
Ca stu pass a stient addiventasse veloce e chin e forza
Pe correre sta maratona senza sosta
Attaccat a na mbriachij ca ancor mi stona a tempia
E mi fa doce pure o vino chiù malamente.

 

Mò, dopo questa, spero almeno che riesci a chiavartela.

Con affetto, il tuo amico,

Salvatore D’Arienzo.

lucchetti

Checco Zalone Vs. Quelli che guardano Amici

Quelli che guardano Amici” la sera, in tv, non leggeranno questo post. E questo mi dispiace, un po’ perché sono veramente tanti, e mi farebbero fare un sacco di “traffico”, e un po’ perché “Quelli che guardano Amici” girano proprio con questa etichetta addosso e non fanno altro nella vita, nemmeno curiosare su internet o sui social networks cercando qualcosa di diverso, a meno che non si parli di “Amici” e non se ne parli in termini positivi. Si, è vero, sono razzista quando si parla di “Quelli che guardano Amici“.

Ora, ho visto la performance del “cineasta” italiano più vincente della storia, Checco Zalone. (Lo dicono i numeri al botteghino, non lo dico io). L’ultimo suo film, tale “Non mi ricordo come si chiama“, ha incassato più soldi di qualsiasi altro film italiano prodotto da quando è stato inventato il cinematografo. Brividi in ogni dove. Comunque il ragazzo è pure simpatico. Io non lo odio. Mi concentro su “Quelli che guardano Amici” e su quelli che, peggio ancora, vanno pure in studio organizzando pulmini da tutta Italia, intasando il raccordo anulare di 15enni urlanti e già rincoglionite. Erano meglio i Backstreet boys di Marco Carta, e che cazzo.

Provando a ritornare sull’argomento, qualche giorno fa è ricominciato il talent show più mediatico della tv italiana. Non so chi balla, chi canta, chi recita o chi trucca e veste la De Filippi. Non l’ho visto e non avevo idea che ricominciasse proprio in questo periodo. Ho acceso il pc però e ho trovato Zalone che faceva il verso a Servillo e Sorrentino, parodizzando il personaggio di Jep Gambardella davanti a Maria, la Ferilli, le 15enne isteriche e, ahimè, milioni di italiani.

Checco magari farà anche ridere, per carità, ma io mi chiedo perché. Facile far ridere “Quelli che guardano Amici“, magari il film non l’hanno né capito, né visto. Che il film sia pure una cagata può essere un’opinione rispettabile, ma non da parte di “Quelli che guardano Amici“. Grosse e grasse risate, prese per il culo agli intellettuali. E’ una risata bassa, ma non per quello che dice Zalone, ma per il pubblico a cui è rivolto. Un pubblico che non ha né senso estetico né sagacia intellettuale per poter capire anche le battute su youporn. E’ una risata dozzinale, pacchiana, menzognera. Forse Sorrentino si è illuminato guardando le immagini, irritandosi ma anche “gongolandosi” per quello che è riuscito a creare. L’ignoranza e la mediocrità che ridono della pesantezza degli intellettuali e della loro presunzione. Un altro messaggio travisato dal popolo che guarda un film difficile. Un po’ come quando nacquero, dopo Arancia Meccanica, negli anni ’70, bande di ragazzi scapestrati che imitavano i drughi, razziando appartamenti e locali notturni. La razzia, ad oggi, è ancora in atto e si fa con la distruzione di quel poco di cultura che ci è rimasta.

Ora mi direte, si vabbè ma fattela pure tu una risata ogni tanto. I pesantoni finti intellettuali di sinistra stanno sempre li a criticare tutto. Sono d’accordo. Io me la faccio pure una risata, io il film l’ho visto e ho provato a ricercargli un senso. Ma voi, “Quelli che guardano Amici“, e che non mi leggerete, provate ad uscire di casa il sabato sera o almeno provate a cambiare canale.

zalone

Se poi non potete proprio fare a meno di Maria, allora riguardatevi pure:

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/zalone-come-servillo-la-parodia-della-grande-bellezza/161028/159519?ref=fbpr

L’emozione che ti da la Coca Cola non te la da nemmeno la De Filippi

Cara Coca Cola & co, per piacere, basta.

Già l’idea di mangiarmi un risotto coi funghi e berci sopra questa ondata di caffeina frizzante mi fa venire voglia di asportarmi il fegato, denunciare tutti i pubblicitari del mondo e chiamare il 113 dicendo: “Vi prego fate voi qualcosa. O voi, o almeno Batman”.

Ora, come se non bastasse, questi geni qui che si sono inventati il prodotto più rappresentativo della civiltà occidentale del dopoguerra, hanno deciso di dare nuova linfa alle proprie campagne marketing in tutto il mondo, usando il paradigma furbo dell’ “emozione alla Maria De Filippi”. (Scusami Maria per il paragone).

Spuntano come funghi (a proposito, spero che Batman nel frattempo abbia fatto il suo dovere) pubblicità targate Coca Cola in tutto il globo. La felicità è bere un bicchiere di sta roba. Cazzo, ma potevate dircelo prima. Uno magari poteva pensare, che so, alle anfetamine, all’amore, ai Pink Floyd, al sole d’estate, al focolare in inverno, alla fessa, o all’odore delle case dei vecchi, nel caso vi sentiste un po’ Jep Gambardella.

E invece no. La Coca Cola. Con gli spaghetti al pomodoro, con i panini del Mc Donald’s, con la carne, il pesce, le uova, l’insalata e le verdure grigliate. Ma non c’entra mica solo il cibo. Perché la felicità non va ricercata, e ci mancherebbe altro, solo nell’alimentazione. Tutto ruota intorno all’emozione dell’esperienza quotidiana e alle cose che accomunano tutti nella vita: il primo bacio, la nascita di un figlio, l’orgoglio di appartenenza a una nazione, lo stupore di un vecchio che vede il mare per la prima volta.

“Crescete a pane e Coca Cola”, insomma. Questa è la ricetta della felicità, oltre al modo migliore per farci morire più in fretta, ma comunque più felici. Perché uno non vuole campare per forza cent’ anni, vanno bene pure 50 pieni di giubilo e soddisfazioni. E pensate un po’ a quanto sono stronzo io a non averci pensato prima. Dopo aver visto questi spot, esco di casa, entro in un bar e spendo il mio euro e cinquanta per un biglietto della fortuna gassato.

Sono felice. Ciao.

Costruire per distruggere: l’elogio del rancore e del cambiamento

“Un mondo che cambia si sa che è brutale”.

Gli Afterhours sono una band indie rock, come si dice oggi, italiana. Suonano da quasi 30 anni e nel tempo, come tutti, sono peggiorati. Del resto ti innamori di un gruppo al massimo per due album. Poi ti deludono, sempre, perché la tua vita e i tuoi gusti cambiano in base alle esigenze sociali, alle frequentazioni, agli ambienti lavorativi, ai successi e agli insuccessi. E i tuoi gruppi o rimangono troppo uguali o diventano troppo diversi. Senti il bisogno di criticarli, non li capisci più, perché sei cresciuto, o forse sei ancora troppo legato al vecchio, affezionato alle cose che sembravano solo tue, che sembravano parlare di te, legate al passato, all’idea che avevi di loro.

“Costruire per distruggere”. E’ il principio base dell’ascolto e del gusto musicale. E’ un po’ come guardare vecchie foto di quando eri felice in un momento di sconforto. Ecco, questo è il mio momento di sconforto. Il mio momento di guardare le vecchie foto e confrontarle con quelle nuove. Cambiano le persone, i gusti, i sentimenti, le attrazioni. “Muore l’idea di me che c’è nella tua mente”, diceva un tempo Manuel Agnelli.

La gente ti delude, perché allora non può farlo un artista? Certo l’artista continua a rimanere tale e magari crea nuove cerchie di fans, in cui genera la propria nuova emozione. L’artista rimane immortale, tu no. L’artista ne esce pulito, tu no. L’artista se ne frega, tu no.

Funziona così, forse, pure nella vita, quando è alle porte un cambiamento. Lento e ovviamente pauroso, ma inevitabile e risolutorio. E’ proprio come si dice: ti svegli una mattina e non hai più la terra sotto i piedi e le persone accanto. Perché hai costruito e poi distrutto, oppure ti hanno costruito intorno un palazzo di cartapesta e poi te l’hanno fatto inevitabilmente crollare.

Ti rimane il rancore, la rabbia, le bugie. Ma anche una scia di veleno che ti succhi via e che finalmente lascia spazio al rigenerare della pelle. Ti rimane:

“Una folla ormai davvero inferocita.
Quegli stessi che giurarono nascondono le dita,
ficcandole nel culo della vita,
per sputare tutti addosso al loro mito,
che è la causa della loro schiavitù.
Dall’amore che provavano per lui,
che è il perché del loro cuore non pulito,
il loro incubo abortito, la carne che va macellata.
Qualcosa poi dovrà accadere.
Cadremo tutti e poi sarà un piacere.
Cadremo tutti e poi festeggeremo,
la liberazione dal nostro dovere.
Costruire per distruggere.
Costruire per distruggere.
Una lunghissima, lunghissima, lunghissima rincorsa,
per finalmente poi,
finalmente poi poter morire”.

Oggi sono solo arrabbiato. Da domani, lo prometto, ritorno ad essere un pagliaccio.

Se te lo spiegano con il calcio lo capisci: il “pallone”, l’ironia e il quotidiano

Su internet si possono fare un sacco di cose serie. Ma cominciare a prendersi troppo sul serio è il primo passo verso una vita futura infelice e frustrante. Quindi, alla fine, si finisce nel perdersi nelle cosiddette “frivolezze”, che poi sono le cose che ci fanno stare meglio e ci svuotano per un po’ la coscienza da rimpianti e rimorsi e dalla sensazione del “devo fare qualcosa e non star fermo qui al pc”.

Ci sono poi “frivolezze” e “Frivolezze”. Tralasciando facebook, e i suoi link e post profondi sul senso della vita piuttosto che sui gatti con gli occhioni dolci, il web ci offre occasioni di svago che, se prese nel giusto modo, possono insegnarci qualcosa ed aprire la nostra mente alla creatività, al gusto e allo stra-ordinario.

Spesso da concetti semplici e popolari nascono idee geniali. Questa che sto per mostrarvi, ad esempio, è una di quelle. Cosa c’è di più popolare del gioco del calcio? Cosa c’è di più semplice, e allo stesso tempo geniale, dell’applicarlo ai fatti quotidiani dell’esperienza? La campagna di lancio di una rivista spagnola sul futbòl, lo sport, e la cultura che questi generano, ha sviluppato un’idea così legata al giornaliero, al consueto, da risultare parte integrante della vita di molti di noi. “Se te lo spiegano con il calcio lo capisci”. C’è qualcosa di più vero di tutto ciò? Tralasciando il finto atteggiamento da radical chic, di quelli che dicono “il calcio è volgare, io preferisco sport più nobili, in cui c’è il rispetto per l’avversario e dei valori e bla bla bla bla”, il gioco del “pallone” piace a tutti, o almeno alla maggior parte di noi. E anche chi non lo apprezza sul serio, non può fare a meno di non ritrovarselo citato in ogni dove. I suoi concetti, più che le sue regole, sono conosciuti da tutti. Guardare per credere.

http://video.repubblica.it/divertimento/se-te-lo-spiegano-con-il-calcio-lo-capisci-la-nostra-storia-e-finita/158534/157027?ref=vd-auto

libero

Ai quattro spot si potrebbero affiancare molte altre citazioni calcistiche applicabili alla quotidianità della vita.

Mi vengono in mente:

“Ho fatto goal”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che hanno fatto sesso.

“Ho preso il palo”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che non hanno fatto sesso.

“Salvarsi in calcio d’angolo”, “Salvare sulla linea”. Cavarsela per un pelo.

“Sbagliare a porta vuota”. Se ve lo dicono vuol dire che siete degli imbranati cronici.

E molte altre ancora..

Insomma, quel che resta è soprattutto l’ironia e la leggerezza di uno sport che ci piace così tanto perché ci rende in qualche modo più facile la vita, anche con la sua grammatica e il suo vocabolario. Senza dimenticare le prese per il culo, gli “sfottò” e tutto il resto, fino a quando non sfociano nella demenza.

Oggi è il web ad essere la patria della parodia applicata al calcio. Per uno cresciuto con la Gialappa’s band e i loro “Mai dire…” suona triste non vedere più in tv il lato più lieve e meno ipocrita della carovana pallonara. Ma, del resto, il televisore è oggi poco più che un semplice soprammobile e il pc ne sta sostituendo anche i contenuti, rendendoli tra l’altro più interattivi e accessibili. Gli eredi dei “Gialappi” sono ragazzi che, armati di ironia e insolenza, spopolano tra le nuove generazioni digitali, offrendo una nuova prospettiva dello sport italiano per eccellenza. Pagine facebook e siti web come Chiamarsi bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi, Calciatori brutti, piuttosto che Gli Autogol, hanno traslato sulla rete gli orfani della leggerezza, quelli che ancora riescono a non prendersi troppo sul serio e che non fanno del “pallone” una ragione di vita, ma piuttosto una ragione per ridere della vita.

“L’ironia è il modo. L’unico attraverso il quale si possa dire quasi qualunque cosa, parlare a tutti. L’ironia e la leggerezza. Rendere lievi le cose serie e serie le cose lievi”.

L’ 8 Marzo: un minuto di silenzio

Un minuto di silenzio per tutti gli uomini che oggi spenderanno 2 euro e 50 per comprare una confezione di mimose impacchettata alla bene e meglio.

Un minuto di silenzio per l’odore acre da emicrania che avranno tutte le case del mondo piene ovunque di quei foruncoli gialli.

Un minuto di silenzio per gli ambulanti improvvisati che con una scala e un’ accetta si adopereranno per sfiorire gli alberi dei vicini e guadagnarsi il pane quotidiano.

Un minuto di silenzio per l’ebrezza molesta delle donne che stanotte sfoggeranno fiere nelle discoteche gridando pà pà l’americano a squarciagola.

Un minuto di silenzio per i calli ai loro piedi, e alle loro caviglie che cederanno sotto il peso dell’alcool e delle danze scoordinate.

Un minuto di silenzio per i buttafuori che faranno selezione all’ingresso dei locali e che non potranno usare le maniere pesanti perché le donne non si toccano nemmeno con un fiore.

Un minuto di silenzio per gli improvvisati, o professionali che siano, California Dream Men che per un pacchetto di sigarette agiteranno volentieri i loro pacchi al vento all’urlo “nudo nudo”.

Un minuto di silenzio per la parità di genere.

Un minuto di silenzio per il suffragio universale.

Un minuto di silenzio per il 23 febbraio 1909.

Un minuto di silenzio per l’8 marzo 1917 e per le operaie russe e rosse.

Un minuto di silenzio per il presunto incendio della fabbrica di camicie Cottons l’8 marzo 1908 e al mito popolare e fasullo che implica.

Un minuto di silenzio per i sindacati e i mass media che hanno alimentato il finto mito di questa tragedia.

Un minuto di silenzio per l’8 Marzo 1946.

Un minuto di silenzio per Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei.

Un minuto di silenzio per il partito comunista italiano.

Un minuto di silenzio per l’8 marzo 1972.

Un minuto di silenzio per le femministe italiane.

Un minuto di silenzio per lo sguardo di questa bionda.

Un minuto di silenzio.

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