I “riempisperanza”

Oggi mi va di fare della filosofia. Del resto mi dicono spesso che attuo un uso massiccio dell’arte oratoria, che sono bravo a parlare, a dissuadere, ad essere prolisso e divulgativo, a girare intorno al nocciolo della questione senza fare della concretezza il punto fondamentale. Sul mio libro del liceo, comprato in saldo da un tale sconosciuto, uno di quei libri usati, presi a metà prezzo dagli studenti degli anni prima, regnava una scritta in stampatello, a mò di annotazione, aggiunta evidentemente non in fase di stampa, che fungeva da occhiello al titolo sul frontespizio. Il titolo era una cosa tipo “Manuale di filosofia” e la scritta, appunto, recitava con calco sbiadito (frutto probabilmente di una vecchia Bic blu che stava per terminare l’inchiostro) testuali parole:

“La filosofia è la scienza con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.

Ora io li per li mi feci una grossa grassa risata, con quel tono a metà tra l’ironico e l’ammirativo. Ci credevo in quella cosa, perché al liceo nessuno aveva voglia di studiare filosofia quando poi all’uscita di scuola ti si chiedeva di ultimare la squadra del fantacalcio, di fare un filtro con il quaderno di matematica e di passare nel pomeriggio al bar per litigare su chi fosse più forte tra Ronaldo il fenomeno e Del Piero, quello vero, prima che si infortunasse ad Udine.

A distanza di anni ho capito che quel ragazzo, quello che ha lasciato quell’appunto sul quel frontespizio, ora magari fa il commesso da Foot Locker, oppure risponde al telefono nello studio del padre. Ha una ragazza da 7-8 anni, ma che da almeno 2 non gli fa nemmeno un pompino, in estate va a Mikonos per una settimana, e in inverno a Roccaraso, a sciare, sulla neve. Nella sua vita, insomma, tutto rimane esattamente tale e quale come lui stesso aveva predetto. Quel ragazzo è furbo perché non ha bisogno di vedere altro. Forse a 50 anni, con tre figli a carico, avrà bisogno della paroxetina e degli assegni familiari, cambierà la settimana a Mikonos con un weekend in Calabria e l’inverno magari lo passerà davanti al camino a tagliare caldarroste.

Quel ragazzo li ha fatto a meno della filosofia, ha creduto nella concretezza dei mille e duecento euro al mese, ed ora è felice della sua normalità, della sua composta schiavitù, della sua apparente perfezione. Tradirà la moglie con una puttana in saldo, trascurerà il figlio più grande a scapito del secondo, sul quale scaricherà tutte le sue ambizioni fallite e i suoi sogni liceali, quelli si non rimasti più tali e quali, ma sbiaditi lentamente come un appunto scritto con una vecchia Bic blu sul frontespizio di un manuale di filosofia.

Quello che cercherà ora è un nuovo appunto, un appunto “riempisperanza”, un pezzo di vita che ha rifiutato per una certezza rivelatasi poi una gabbia dorata e terribilmente fredda. Un “riempisperanza” è il rischio che si auspicava ma che poi non si è voluto prendere, un “riempisperanza” è quello che voleva essere e poi non è stato, per una mancata partenza, un mancato amore, un mancato coinvolgimento. Un “riempisperanza” è una macchina spenta lungo un sentiero preciso, che passa attraverso un finto campo di grano, alla fine del quale c’è un muro che non si vuole abbattere. Un “riempisperanza” è il modo di sentirsi meglio, di poter dire un giorno di aver vissuto davvero. Un “riempisperanza” è quello che quasi nessuno sceglie mai e che poi cerca quando è troppo tardi. Un “riempisperanza” è cancellare quell’appunto e credere che nulla resti davvero sempre tale e quale.

Ma del resto, come biasimare quel ragazzo? Essere un “riempisperanza” ha un prezzo importante, non da sicurezze, non da certezze, da solo stimoli. A chi importa? A noi piace andare piano, non correre, dire bugie a noi stessi e acchiappare i buoi quando sono scappati dalla stalla. Tanto la colpa non è mai nostra, ma della filosofia, che al liceo ci confondeva le idee, che spesso ci ha fatto perdere la testa, ci ha infatuato, salvo poi ripensare a quella scritta e scegliere di rinunciare. Scegliere di non costruire.

Il 25 Aprile: la storia dell’uomo che non vuole essere liberato

Il 25 Aprile è il giorno della liberazione. Non ve la voglio menare con la storia del vostro paese, se non la conoscete problemi vostri. Voglio invece menarvela con il concetto in sé di “liberazione”. Un concetto che, faziosamente, pare smuovere gli animi delle persone, ma, in realtà, tutto sommato, fa soltanto parecchia paura. La liberazione è indipendenza? La liberazione è felicità? La liberazione è amore?

Niente di tutto questo. La liberazione è suggestione dell’anima, è ansia, è paura dell’immaterialità del futuro. E’ il pensiero che ci rende buoni schiavi e buoni attori, artefatti e costipati da una vita di affanni, dalla noia e dal logorio del quotidiano. Tutti pazzi, folli, pieni di voglia di vivere, pieni di “sto aspettando l’occasione giusta”. Poi quando l’occasione viene, la paura della liberazione ce lo mette nel culo.

Tutti ostentiamo quello che poi in realtà non scegliamo. La comodità delle cose che abbiamo intorno non ci libera, ma ci rende stagnanti. E così, giorno dopo giorno, i capelli bianchi, le rughe, le speranze che vanno via e i rimpianti. Oggi è la giornata nazionale del rimpianto, di quella liberazione che non preferiamo mai. Della comodità, della televisione via satellite, della macchina in garage, del giardino antistante casa, del cinema al lunedì e del pranzo coi parenti la domenica. E’ la giornata che ci ricorda che qualcun altro ha lottato per noi, per liberarci dall’incubo del dover fare oggi qualcosa di diverso per sopravvivere, concedendoci la possibilità di scegliere una comodità cerebrale, uno stand-by dell’anima.

Il 25 Aprile è immateriale, è statico, è il giorno in cui, come tutti gli altri, noi non facciamo quello che vogliamo. E’ la celebrazione dell’abitudine del genere umano, tanto poi il Primo Maggio ci andiamo a fumare le canne a piazza San Giovanni e ci sentiamo liberi. Abbiamo in realtà sempre bisogno di appartenere: a una fede, a una religione, a una persona, a un gruppo di persone, ad un partito politico, a un telefono cellulare. Perché la libertà è diversità, discriminazione, è paura. Però è quello che, mentendo a noi stessi, ci auguriamo.

Io stasera mi metto i mocassini che tanto vanno di moda, una camicia burberry , il papillon, oppure le hogan. La benzina in macchina, la vodka belvedere sul tavolo del privè in discoteca. Le mani in tasca, la cera nei capelli, le sigarette nel taschino aspirate con rabbia, la cena elegante prima del party. Alla fine, che mi frega, pare si possa essere liberi pure così.

mocassino

Oppure me ne sto a casa e mi vedo un film tipo “Roma città aperta“.

roma_citt__aperta_roma_citta_aperta_restauro_1

Oppure mi incazzo di nuovo, prendo in giro qualcuno, scelgo di odiare e amare qualcun altro e poi sorrido ironico e non accumulo risentimenti. Perché, in fondo, forse sono queste le cose che mi rendono veramente libero.

Oppure sono solo stupidamente e arrogantemente distaccato e dovrei fidarmi di più della tv, delle canzoni d’amore, delle serate a tema, degli aperitivi, della collettività, delle promesse della gente, e, perché no, pure del 25 Aprile.

doyou