Nu passettin annanz e nu passettin arret

Quando vai ad un funerale arriva il momento in cui, al cimitero, si chiude la cripta con il cemento e i mattoni, tra il silenzio generale rotto da qualche singhiozzo e dal rumore della cazzuola che sbatte sul secchio in cui l’impasto viene preparato. Ci vogliono tre mattoni in verticale e tre in orizzontale per sigillare la cripta. Pian piano scompare la luce accecante di un mezzogiorno di maggio, che faceva capolino poco prima in quella cavità. Ci vogliono circa 15 minuti per completare il tutto, 15 minuti in cui ti fermi, guardi e realizzi.

Qualunque sia stato il tuo rapporto con il defunto tutto si azzera. Era ricco, bello, fortunato, simpatico, imbarazzante, ti doveva dei soldi. Non ha più significato in quei 15 minuti. Le riflessioni le fai su te stesso, sulla tua vita paragonata alla sua, sulle esigenze che hai, su quello che potevi dare e non hai dato, sull’equilibrio fragile dell’esistenza e su quanto sia giusto continuare a credere in qualcosa.

A me, ad esempio, è venuta in mente questa cosa qui:

 

Tornato a casa, però, ho desiderato di mangiare il mio piatto di pasta preferito, di aprire il libro che non ho finito di leggere da troppo tempo, di dare un bacio al mio cane e di chiedere ai miei genitori come avevano passato la mattinata e se l’avevano passata bene. Ho pensato che la tragedia di un ragazzo morto suicida a 29 anni mi obblighi ad essere una persona migliore, ad aprire la finestra la mattina e a stropicciarmi gli occhi dalla meraviglia. Ho pensato che oggi ho voglia di parmigiana di melanzane, di vento caldo in faccia, di idee pratiche in testa, di lavorare per guadagnarmi i soldi per comprare l’ acqua minerale.

Ho pensato di circondarmi di persone che mi vogliono bene, e di scrivere una cosa qui per ricordarmi un giorno di aver fatto una promessa. Una promessa a me stesso.