I mondiali di calcio, le incazzature popolari e Gattuso che ci regala un panino

Forse qualcuno ancora non lo sa, ma pare che siano iniziati i mondiali di calcio in Brasile. Ora, uno pensa che non ci sia niente di più bello: il sole, il pallone, le femmine sudamericane mezze nude che fanno il tifo sugli spalti, carnevali improvvisati in strada, tifosi di ogni nazione che si “imbrasilianizzano” e fanno il carnevale anche loro. “Tutto molto bello”, insomma, come diceva il buon Bruno Pizzul.

E invece è successo che questi brasiliani ci hanno deluso. Uno, insomma, gli da il mondiale e loro si mettono a protestare, invece di ballare ed essere felici come luogo comune vuole? Ma l’appunto più grande io lo voglio fare al governo brasiliano. Nel 1978, in Argentina, vennero innalzate delle mura, ex novo, in un paio di giorni, che oscurarono le villas più degradate, i quartieracci popolari, tutto spaccio, povertà e criminalità. Una cosa facile facile nel 1978, senza twitter e facebook . Oggi, invece, questi maledetti social, gli stessi strumenti del demonio globalizzatore, hanno dato paradossalmente voce alle sommosse popolari: in primis alla primavera araba, passando per le incazzature del popolo greco e ucraino, fino a smuovere oggi gli animi caldi brasiliani.

Il problema di quest’ ultimi è la spesa sproporzionata di soldi pubblici, per far giocare miliardari in strutture costate miliardi, che non serviranno più tra meno di un mese. Il budget previsto è stato, tra l’altro, di quattro volte superiore a quello effettivo. Il tutto a scapito dei cittadini più poveri, che hanno visto così aumentare la forbice di disuguaglianza con i citizens più benestanti. Cari brasiliani, però una cosa ve la voglio dire. Io vivo in Italia e questa cosa, qui, succede da decenni, più o meno dagli anni ’80 e di certo noi non ci mettiamo a fare tutto sto casino.

E comunque iniziato il mondiale, finite le proteste. O almeno non se ne parla più. Va a finire sempre così. Vabbè.

Rimane, ad ogni modo, la bellezza insita della manifestazione. Però non ve la voglio menare con la storia dello sport che unisce i popoli e bla bla bla. Quello che a me piace dei mondiali è il fatto che per un mese intero non si parli d’altro e che tutto sia connesso o collegato all’evento. Cose belle e cose brutte. Io voglio parlare solo di quelle brutte però: il marketing e l’economia, che traslano la loro anima cattiva in parossismo patriottico sportivo, in modo che le offerte su prodotti e servizi si sprechino.

Nel 2006 Euronics o Unieuro o Mediaworld (o magari sono tutti e tre la stessa cosa) quasi fallirono per non aver creduto nemmeno lontanamente alla vittoria degli azzurri in Germania. Il fuori tutto alla vittoria della nazionale di Lippi fece odiare dagli strateghi commerciali della catena di elettrodomestici quel leone stronzo della pubblicità che noi utenti già odiavamo da tempo.

Quest’anno la marchetta ovviamente è ricominciata e tutti cercano un po’ di pubblicità: Scommesse sportive rimborsate se l’Italia perde. Viaggi scontati se gli azzurri vincono. Spese al supermercato risarcite a metà se la Nazionale pareggia. Gattuso che ci vuole regalare quello schifo di panino del Mc Donald’s che nemmeno a gratis io lo mangerei (male che va c’è la bibita). Ma quanti gufi allora ha attorno il gruppo di Prandelli? Quante carogne in giacca e cravatta che studiano i meccanismi più subdoli per scatenare l’impulso all’acquisto delle persone?

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A questo punto del post ho fatto una ricerca. “Tutto ebbe inizio nel 2006 con i Mondiali di Germania, con l’idea del signor Bernasconi, meglio conosciuto come Mr Mediaworld. Ve la ricordate l’offerta? Acquista un televisore: se l’Italia vince i Mondiali te lo regaliamo. Sapete come è andata? No, non ai Mondiali: i francesi li abbiamo fatti secchi ai rigori. Ma nelle vendite! 13Mila televisori comprati: 18milioni di euro di rimborsi da dare ai clienti. Qualcuno disse che con quell’offerta Mediaworld andò a tanto così dal fallire. Bernasconi dice che lo rifarebbe”.

 

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Caro Bernasconi tu, forse, sei un genio incompreso, ma chissà perché ti sei dimesso poi qualche anno dopo. Ci stavi simpatico tutto sommato, ci hai regalato tante televisioni. A me quello che stava sul cazzo era solo il leone della pubblicità, che, per la cronaca, all’anagrafe si chiama Napoleone.

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L’emozione che ti da la Coca Cola non te la da nemmeno la De Filippi

Cara Coca Cola & co, per piacere, basta.

Già l’idea di mangiarmi un risotto coi funghi e berci sopra questa ondata di caffeina frizzante mi fa venire voglia di asportarmi il fegato, denunciare tutti i pubblicitari del mondo e chiamare il 113 dicendo: “Vi prego fate voi qualcosa. O voi, o almeno Batman”.

Ora, come se non bastasse, questi geni qui che si sono inventati il prodotto più rappresentativo della civiltà occidentale del dopoguerra, hanno deciso di dare nuova linfa alle proprie campagne marketing in tutto il mondo, usando il paradigma furbo dell’ “emozione alla Maria De Filippi”. (Scusami Maria per il paragone).

Spuntano come funghi (a proposito, spero che Batman nel frattempo abbia fatto il suo dovere) pubblicità targate Coca Cola in tutto il globo. La felicità è bere un bicchiere di sta roba. Cazzo, ma potevate dircelo prima. Uno magari poteva pensare, che so, alle anfetamine, all’amore, ai Pink Floyd, al sole d’estate, al focolare in inverno, alla fessa, o all’odore delle case dei vecchi, nel caso vi sentiste un po’ Jep Gambardella.

E invece no. La Coca Cola. Con gli spaghetti al pomodoro, con i panini del Mc Donald’s, con la carne, il pesce, le uova, l’insalata e le verdure grigliate. Ma non c’entra mica solo il cibo. Perché la felicità non va ricercata, e ci mancherebbe altro, solo nell’alimentazione. Tutto ruota intorno all’emozione dell’esperienza quotidiana e alle cose che accomunano tutti nella vita: il primo bacio, la nascita di un figlio, l’orgoglio di appartenenza a una nazione, lo stupore di un vecchio che vede il mare per la prima volta.

“Crescete a pane e Coca Cola”, insomma. Questa è la ricetta della felicità, oltre al modo migliore per farci morire più in fretta, ma comunque più felici. Perché uno non vuole campare per forza cent’ anni, vanno bene pure 50 pieni di giubilo e soddisfazioni. E pensate un po’ a quanto sono stronzo io a non averci pensato prima. Dopo aver visto questi spot, esco di casa, entro in un bar e spendo il mio euro e cinquanta per un biglietto della fortuna gassato.

Sono felice. Ciao.

Le parole “americane” nel network marketing: come creare generazioni di lupi

Le parole americane mi fanno paura. Ora, quelli che parlano bene mi diranno che ho fatto un errore, perché in America si parla Inglese, dunque sarebbe più corretto dire “le parole inglesi”. Quelli che parlano ancora meglio obietteranno inoltre che l’America è un continente e che dunque si dovrebbe parlare di Stati Uniti, o meglio USA. E, infine, quelli proprio proprio saggi e che “hanno studiato” scandiranno bene la parola “GLIU..ESS..EI”, perché è così che si pronuncia. Adesso la paura si è trasformata in ansia.

Benito Mussolini, durante il fascismo, decise che i prestiti dalle altre lingue dovevano essere banditi. Il “tennis”, per intenderci, divenne “pallacorda” (si, è per questo che il secondo campo del Foro italico si chiama così). Ma il punto non è questo. E prendere zio Benito come esempio mi crea un imbarazzo fisico alla prostata.

Ci sono parole comuni straniere che usiamo senza sofismi in Italiano. E nemmeno ci facciamo caso, tanto è radicata la loro presenza nel nostro idioma (eccone un’altra). Se poi consideriamo l’influenza latina non ne usciamo più, arrivando quasi fino a constatare che l’esterofilia grammaticale sia quasi prassi scontata.

Restiamo quindi negli GLI..UESS..EI. E pensiamo a quanti termini sono stati importati negli ultimi anni. Siamo social, siamo trendy, siamo cool? Si, decisamente, pure a Campobasso e provincia. Chissà perché viene sempre in mente il Molise per far capire la portata del termine di paragone.
“Anyway”, miei cari “followers”, il primo passo è imparare l’Italiano. Non lo dimenticate. Mai.

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Ora passiamo alla paura trasformatasi in ansia. L’Inglese è fondamentale e qui nessuno lo nega; ma c’è qualcosa dietro quelle parole pronunciate in quei convegni motivazionali (a cui tutti noi abbiamo partecipato con la speranza di ricavarci soldi facili, per accorgerci poi di dover vendere fumo alle persone) che lascia l’amaro in bocca. Saper parlare bene, si dice, significa ottenere l’80 % di quello che si vuole ottenere. Si può creare una necessità non necessaria in una persona di punto in bianco, se si sa parlare bene. Scorsese in “The Wolf of Wall Street”, ad esempio, ci ha dato saggio di tutto ciò. E se si sa parlare bene, creando un’aspettativa farlocca, impreziosita da neologismi anglosassoni, il gioco è fatto.

La parola che mi fa più paura è MARKETING, nonostante l’abbia studiato, anzi forse proprio per quello. L’accostamento di parole che mi fa piombare nell’ansia più assoluta è invece NETWORK MARKETING:

“Il Network Marketing è una attività imprenditoriale che permette anche a coloro che non hanno alcuna esperienza di diventare imprenditori, perciò la formazione riveste un ruolo determinante al fine di poter sviluppare il proprio network e l’attività in genere”.

Questo lo dice Wikipedia. Quanta puzza di bruciato sentite ad ogni parola che leggete da questo estratto?

Partecipando ai vari incontri di aziende organizzate in questo modo, ho avuto l’impressione di una setta: gente che si da il “cinque” a vicenda, o meglio il “five” e che si sprona a dare “the best of himself” intingendosi di arroganza e presunzione. Motivation, leadership, multi-level marketing, team leader: parole buttate li tra belle speranze di appioppare al prossimo prodotti e servizi di cui non si è mai sentito il bisogno. L’etica sembra sfumare tra le leggi del mercato globale e la lingua che porta con se questo allontanamento dai valori di onestà diviene inevitabilmente l’esoterico inglese, o meglio l’americano. Perché è al “fare” d’oltreoceano che  si ispirano questi personaggi. Quel lupo di Scorsese è ben impresso nelle menti dei nostri amici venditori di fumo. Badate bene, non sono i concetti ad essere importanti, ma solo le parole, le parole americane. Perché il concetto è sempre poco chiaro ma la parola è forte, emotiva, fa presa diretta sulla setta.

Insomma, io non sono un antiamericano, o almeno non sempre. Alla fine del discorso non venite a menarmela che se non c’erano loro e il loro piano Marshall ci avrebbero invaso quei cattivoni dei comunisti, mangiandosi tutti i nostri bambini. Io non dico che l’America sia il male più assoluto e che l’Inglese sia una lingua di matrice ingannevole, ma senz’altro quello che stiamo importando dall’America e dalla sua grammatica, dispiace dirlo, sono le più misere e tristi cose peggiori.

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