Il 25 Aprile: la storia dell’uomo che non vuole essere liberato

Il 25 Aprile è il giorno della liberazione. Non ve la voglio menare con la storia del vostro paese, se non la conoscete problemi vostri. Voglio invece menarvela con il concetto in sé di “liberazione”. Un concetto che, faziosamente, pare smuovere gli animi delle persone, ma, in realtà, tutto sommato, fa soltanto parecchia paura. La liberazione è indipendenza? La liberazione è felicità? La liberazione è amore?

Niente di tutto questo. La liberazione è suggestione dell’anima, è ansia, è paura dell’immaterialità del futuro. E’ il pensiero che ci rende buoni schiavi e buoni attori, artefatti e costipati da una vita di affanni, dalla noia e dal logorio del quotidiano. Tutti pazzi, folli, pieni di voglia di vivere, pieni di “sto aspettando l’occasione giusta”. Poi quando l’occasione viene, la paura della liberazione ce lo mette nel culo.

Tutti ostentiamo quello che poi in realtà non scegliamo. La comodità delle cose che abbiamo intorno non ci libera, ma ci rende stagnanti. E così, giorno dopo giorno, i capelli bianchi, le rughe, le speranze che vanno via e i rimpianti. Oggi è la giornata nazionale del rimpianto, di quella liberazione che non preferiamo mai. Della comodità, della televisione via satellite, della macchina in garage, del giardino antistante casa, del cinema al lunedì e del pranzo coi parenti la domenica. E’ la giornata che ci ricorda che qualcun altro ha lottato per noi, per liberarci dall’incubo del dover fare oggi qualcosa di diverso per sopravvivere, concedendoci la possibilità di scegliere una comodità cerebrale, uno stand-by dell’anima.

Il 25 Aprile è immateriale, è statico, è il giorno in cui, come tutti gli altri, noi non facciamo quello che vogliamo. E’ la celebrazione dell’abitudine del genere umano, tanto poi il Primo Maggio ci andiamo a fumare le canne a piazza San Giovanni e ci sentiamo liberi. Abbiamo in realtà sempre bisogno di appartenere: a una fede, a una religione, a una persona, a un gruppo di persone, ad un partito politico, a un telefono cellulare. Perché la libertà è diversità, discriminazione, è paura. Però è quello che, mentendo a noi stessi, ci auguriamo.

Io stasera mi metto i mocassini che tanto vanno di moda, una camicia burberry , il papillon, oppure le hogan. La benzina in macchina, la vodka belvedere sul tavolo del privè in discoteca. Le mani in tasca, la cera nei capelli, le sigarette nel taschino aspirate con rabbia, la cena elegante prima del party. Alla fine, che mi frega, pare si possa essere liberi pure così.

mocassino

Oppure me ne sto a casa e mi vedo un film tipo “Roma città aperta“.

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Oppure mi incazzo di nuovo, prendo in giro qualcuno, scelgo di odiare e amare qualcun altro e poi sorrido ironico e non accumulo risentimenti. Perché, in fondo, forse sono queste le cose che mi rendono veramente libero.

Oppure sono solo stupidamente e arrogantemente distaccato e dovrei fidarmi di più della tv, delle canzoni d’amore, delle serate a tema, degli aperitivi, della collettività, delle promesse della gente, e, perché no, pure del 25 Aprile.

doyou

Checco Zalone Vs. Quelli che guardano Amici

Quelli che guardano Amici” la sera, in tv, non leggeranno questo post. E questo mi dispiace, un po’ perché sono veramente tanti, e mi farebbero fare un sacco di “traffico”, e un po’ perché “Quelli che guardano Amici” girano proprio con questa etichetta addosso e non fanno altro nella vita, nemmeno curiosare su internet o sui social networks cercando qualcosa di diverso, a meno che non si parli di “Amici” e non se ne parli in termini positivi. Si, è vero, sono razzista quando si parla di “Quelli che guardano Amici“.

Ora, ho visto la performance del “cineasta” italiano più vincente della storia, Checco Zalone. (Lo dicono i numeri al botteghino, non lo dico io). L’ultimo suo film, tale “Non mi ricordo come si chiama“, ha incassato più soldi di qualsiasi altro film italiano prodotto da quando è stato inventato il cinematografo. Brividi in ogni dove. Comunque il ragazzo è pure simpatico. Io non lo odio. Mi concentro su “Quelli che guardano Amici” e su quelli che, peggio ancora, vanno pure in studio organizzando pulmini da tutta Italia, intasando il raccordo anulare di 15enni urlanti e già rincoglionite. Erano meglio i Backstreet boys di Marco Carta, e che cazzo.

Provando a ritornare sull’argomento, qualche giorno fa è ricominciato il talent show più mediatico della tv italiana. Non so chi balla, chi canta, chi recita o chi trucca e veste la De Filippi. Non l’ho visto e non avevo idea che ricominciasse proprio in questo periodo. Ho acceso il pc però e ho trovato Zalone che faceva il verso a Servillo e Sorrentino, parodizzando il personaggio di Jep Gambardella davanti a Maria, la Ferilli, le 15enne isteriche e, ahimè, milioni di italiani.

Checco magari farà anche ridere, per carità, ma io mi chiedo perché. Facile far ridere “Quelli che guardano Amici“, magari il film non l’hanno né capito, né visto. Che il film sia pure una cagata può essere un’opinione rispettabile, ma non da parte di “Quelli che guardano Amici“. Grosse e grasse risate, prese per il culo agli intellettuali. E’ una risata bassa, ma non per quello che dice Zalone, ma per il pubblico a cui è rivolto. Un pubblico che non ha né senso estetico né sagacia intellettuale per poter capire anche le battute su youporn. E’ una risata dozzinale, pacchiana, menzognera. Forse Sorrentino si è illuminato guardando le immagini, irritandosi ma anche “gongolandosi” per quello che è riuscito a creare. L’ignoranza e la mediocrità che ridono della pesantezza degli intellettuali e della loro presunzione. Un altro messaggio travisato dal popolo che guarda un film difficile. Un po’ come quando nacquero, dopo Arancia Meccanica, negli anni ’70, bande di ragazzi scapestrati che imitavano i drughi, razziando appartamenti e locali notturni. La razzia, ad oggi, è ancora in atto e si fa con la distruzione di quel poco di cultura che ci è rimasta.

Ora mi direte, si vabbè ma fattela pure tu una risata ogni tanto. I pesantoni finti intellettuali di sinistra stanno sempre li a criticare tutto. Sono d’accordo. Io me la faccio pure una risata, io il film l’ho visto e ho provato a ricercargli un senso. Ma voi, “Quelli che guardano Amici“, e che non mi leggerete, provate ad uscire di casa il sabato sera o almeno provate a cambiare canale.

zalone

Se poi non potete proprio fare a meno di Maria, allora riguardatevi pure:

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/zalone-come-servillo-la-parodia-della-grande-bellezza/161028/159519?ref=fbpr

Se te lo spiegano con il calcio lo capisci: il “pallone”, l’ironia e il quotidiano

Su internet si possono fare un sacco di cose serie. Ma cominciare a prendersi troppo sul serio è il primo passo verso una vita futura infelice e frustrante. Quindi, alla fine, si finisce nel perdersi nelle cosiddette “frivolezze”, che poi sono le cose che ci fanno stare meglio e ci svuotano per un po’ la coscienza da rimpianti e rimorsi e dalla sensazione del “devo fare qualcosa e non star fermo qui al pc”.

Ci sono poi “frivolezze” e “Frivolezze”. Tralasciando facebook, e i suoi link e post profondi sul senso della vita piuttosto che sui gatti con gli occhioni dolci, il web ci offre occasioni di svago che, se prese nel giusto modo, possono insegnarci qualcosa ed aprire la nostra mente alla creatività, al gusto e allo stra-ordinario.

Spesso da concetti semplici e popolari nascono idee geniali. Questa che sto per mostrarvi, ad esempio, è una di quelle. Cosa c’è di più popolare del gioco del calcio? Cosa c’è di più semplice, e allo stesso tempo geniale, dell’applicarlo ai fatti quotidiani dell’esperienza? La campagna di lancio di una rivista spagnola sul futbòl, lo sport, e la cultura che questi generano, ha sviluppato un’idea così legata al giornaliero, al consueto, da risultare parte integrante della vita di molti di noi. “Se te lo spiegano con il calcio lo capisci”. C’è qualcosa di più vero di tutto ciò? Tralasciando il finto atteggiamento da radical chic, di quelli che dicono “il calcio è volgare, io preferisco sport più nobili, in cui c’è il rispetto per l’avversario e dei valori e bla bla bla bla”, il gioco del “pallone” piace a tutti, o almeno alla maggior parte di noi. E anche chi non lo apprezza sul serio, non può fare a meno di non ritrovarselo citato in ogni dove. I suoi concetti, più che le sue regole, sono conosciuti da tutti. Guardare per credere.

http://video.repubblica.it/divertimento/se-te-lo-spiegano-con-il-calcio-lo-capisci-la-nostra-storia-e-finita/158534/157027?ref=vd-auto

libero

Ai quattro spot si potrebbero affiancare molte altre citazioni calcistiche applicabili alla quotidianità della vita.

Mi vengono in mente:

“Ho fatto goal”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che hanno fatto sesso.

“Ho preso il palo”. I miei amici usano la locuzione per farmi capire che non hanno fatto sesso.

“Salvarsi in calcio d’angolo”, “Salvare sulla linea”. Cavarsela per un pelo.

“Sbagliare a porta vuota”. Se ve lo dicono vuol dire che siete degli imbranati cronici.

E molte altre ancora..

Insomma, quel che resta è soprattutto l’ironia e la leggerezza di uno sport che ci piace così tanto perché ci rende in qualche modo più facile la vita, anche con la sua grammatica e il suo vocabolario. Senza dimenticare le prese per il culo, gli “sfottò” e tutto il resto, fino a quando non sfociano nella demenza.

Oggi è il web ad essere la patria della parodia applicata al calcio. Per uno cresciuto con la Gialappa’s band e i loro “Mai dire…” suona triste non vedere più in tv il lato più lieve e meno ipocrita della carovana pallonara. Ma, del resto, il televisore è oggi poco più che un semplice soprammobile e il pc ne sta sostituendo anche i contenuti, rendendoli tra l’altro più interattivi e accessibili. Gli eredi dei “Gialappi” sono ragazzi che, armati di ironia e insolenza, spopolano tra le nuove generazioni digitali, offrendo una nuova prospettiva dello sport italiano per eccellenza. Pagine facebook e siti web come Chiamarsi bomber tra amici senza apparenti meriti sportivi, Calciatori brutti, piuttosto che Gli Autogol, hanno traslato sulla rete gli orfani della leggerezza, quelli che ancora riescono a non prendersi troppo sul serio e che non fanno del “pallone” una ragione di vita, ma piuttosto una ragione per ridere della vita.

“L’ironia è il modo. L’unico attraverso il quale si possa dire quasi qualunque cosa, parlare a tutti. L’ironia e la leggerezza. Rendere lievi le cose serie e serie le cose lievi”.