Mi hanno fatto odiare Charles Bukowski

Nella top five delle gente più citata a cazzo della storia trova inevitabilmente posto lui: Henry Charles Bukowski. Bukowski chi? No, ok. Questo lo conoscete tutti, ma proprio tutti, ma veramente tutti. E tutti decisamente male. Io questa cosa non me l’aspettavo fino a poco tempo fa, fino a prima dell’avvento di facebook per intenderci.

Dico, l’avete mai letto sul serio il vecchio Hank? No perché pare sia lo scrittore preferito da chiunque in questi anni. Nessuno manca di innalzare a proprio idolo personale quel vecchio depravato di talento e il suo stereotipo. Il buon Charlie ne ha scritte di banalità miste a colpi di genio impressionanti. La vita dissoluta, le sbronze, le corse dei cavalli, le avventure scopereccie, cose che sapete tutti. Non ce lo si aspetta da uno che ha una faccia così, o forse si.

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Si è proprio questa la sua faccia. Cosa vi aspettavate? Il volto e il fisico di Matt Dillon in “Factotum“, un film abbastanza brutto ispirato allo scrittore di Los Angeles, non c’entrano veramente niente con la disarmante amenità malinconica dei lineamenti reali di Henry Chinaski. A proposito, questo è il nome che usa come pseudonimo nei suoi libri. (A questo punto conoscete pure la sua faccia e il suo alter ego).

Ora, ragazzi miei, fermatevi qui. Vi spiego un attimo una cosa. Lasciate stare Bukowski. Se volete sentirvi meglio fate un video di “Happy from” oppure ubriacatevi si, ma con la giacca di velluto e le foto ricordo della serata che posterete sui social con una didascalia tipo: “serata top wuit mai best frends. Il meglio deve ancora venire“.

Lasciate stare Bukowski. Lui era un uomo triste, un poeta soprattutto e un discreto scrittore. Uno che non si cagava nessuno e ora vorreste cagarvelo voi. Hank diceva pure un sacco di stronzate, però era un uomo vero, crudo, consapevole di fare schifo. Voi prendete a pretesto qualche sua bella frase prima di improfumarvi con l’acqua di Giò e bervi i mojito col ghiaccio tritato. Del resto voi mi insegnate che con l’alcol è sempre la stessa storia. “Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa“. Questa pure la sapete e la condividete spesso, dai 13 anni in su.

Ma a voi piace la gente perché è il più grande spettacolo del mondo e non si paga neppure il biglietto. Vero? E siete cresciuti per strada e le vostre università della vita sono gli ospedali, le galere e le puttane. Vero?

Lasciate stare Bukowski. Perché Bukowski non è un idolo positivo ma è il fallimento del genere umano, la sconfitta dell’essere nella società, non è quello che volete diventare voi. Oppure sceglietelo, ma scegliete di leggerlo, apritelo un libro o una raccolta di poesie o magari date un’occhiata anche solo all’intervista che all’epoca gli fece Nanda Pivano. Documentatevi un attimo insomma, prima di scrivere a cosa state pensando sul sito di Zuckerberg. Perché non state pensando davvero a Bukowski, ma al prodotto costruito di quello figo che si ubriaca e si fotte tutte le donne del mondo e poi lo pagano pure per scrivere di queste storie. Quello, ad eccezione dell’ultima parte, succede nelle pubblicità di Dolce e Gabbana e di Paco Rabanne, che in più ci mette anche una valigia piena di soldi. Non è andata così nella vita reale e nemmeno in quella di Henry Charles Bukowski. Non va mai così.

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Facebook, la “Cura Ludovico” e la smarrita arte di farsi i cazzi propri

Sapete cos’ha di buono Facebook? Ha aiutato e sollecitato la gente a scrivere, ha rivalutato l’importanza della scrittura. O meglio l’ha fatta diventare di moda, perché essere di moda non è per forza una cosa non giusta, l’importante è che siano le cose giuste ad essere di moda. E non importa nemmeno se chi aggiorna i proprio stati “l’ho fa in kuesto modo +ttosto ke in un modo + ortodosso”. Certo non è il massimo, magari però qualche amico/follower glielo fa notare, e sdrammatizza la grammatica con uno “smile” finale dopo un commento acido e presuntuoso. E intanto si scrive, si pensa, ci si interroga.

Ok, aspettate. No. Viene da ridere anche a me mentre scrivo. Questo non sarà un post ottimista-futuristico sulla benevolenza del social di Zuckerberg. Ho cambiato idea. La troppa democrazia rischia di svilire questa società. Se hanno ragione tutti, allora non ha ragione nessuno. Non mi date del grillino ora.

Grillino è invece, fino al midollo, o almeno fino alla prossima legislatura, Luigi Di Maio, Vice Presidente alla Camera dei Deputati per il Movimento 5 Stelle, che ha preso alla lettera il mio pensiero, applicandolo in parlamento. Il buon Di Maio ha infatti pubblicato su Facebook il “pizzino” che Renzi gli ha recapitato il giorno del suo insediamento alla presidenza del consiglio dei ministri. Il testo lo conoscete già tutti; ciò che non conoscete, o forse si, è l’opinione autorevole di Michele Serra, editorialista di Repubblica, celebre per la sua rubrica L’amaca, “dove descrive con garbata ironia vizi e costumi della politica e della società italiana” (Wikipedia ipse dixit).

Serra sull’accaduto dice una verità sconcertante:

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10152258080131151&set=a.196989226150.171000.179618821150&type=1&theater

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Trasparenza, privacy, pubblico e privato. Esiste dunque ancora una distinzione reale o soltanto formale? Siamo ancora in grado di distinguere i cazzi nostri da quelli che vogliamo far sapere agli altri? Io penso proprio di no. Il discorso di Serra può allargarsi tranquillamente fuori dall’ambito strettamente politico ed entrare nelle vicende personali di ognuno di noi.

A me viene da pensare alla “Cura Ludovico“, a cui Burgess prima e Kubrick poi sottoposero l’indisciplinato Alex DeLarge in Arancia Meccanica. Non ci vuole molto per capire che i due ci avevano visto lungo. Passiamo tutti per la “Cura Ludovico”. Sta a noi scegliere se accettarla o meno. Oggi Facebook, in particolare, sembra volerci portare sempre più verso questa direzione. Togliendoci la scelta, la privacy, in favore della trasparenza (che badate bene non sono la stessa cosa) nel caso fossimo personaggi popolari; oppure della condivisione e dell’egocentrismo, nel caso fossimo gente comune.

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“La questione è se questa nuova tecnica renda veramente buoni o no. La bontà viene da dentro; la bontà è una scelta. Quando un uomo non ha scelta cessa di essere uomo”.

Ora, sostituiamo il concetto di bontà con quello di libertà. La libertà di poter vivere la nostra vita badando ai cazzi nostri, tra le nostre cerchie di amici, senza sentirci esclusi socialmente se non condividiamo, se non lo facciamo sapere agli “altri”. Gli esempi che ci vengono dati però ci dicono il contrario. Dicono che siamo tutti delle rockstars, che la nostra vita deve essere meravigliosa, folle, dinamica e deve essere condivisa, partecipata, virtualizzata, esaltata da uno, dieci, cento, mille “like”. Ad ogni “like” un pensiero positivo, ad ogni “like” la perdita di un pezzo dei nostri una volta sacrosanti e indiscutibili cazzi nostri.

La rivincita dei Nerds: da Zuckerberg a Big Bang Theory

“Mark Zuckerberg è uno sfigato”. Questo doveva essere il pensiero dei suoi colleghi ad Harvard e questo sarebbe il commento di chiunque lo veda passeggiare in strada senza il cartello “appiccicato” addosso che recita: “Sono quello che ha inventato facebook”. Il caro Mark sembra uscito da uno di quei “college film” in cui il grassone, preso per il culo dal bullo di turno, viene chiuso nell’armadietto dei corridoi delle scuole americane, un Milhouse senza nemmeno l’amico Bart-figo che lo difende.

La rivincita dei Nerds però, negli anni 2000, è un dato di fatto. E uno stile che si afferma parte, che ci piaccia o meno, dall’abbigliamento. Occhialoni spessi e grossi, magliette di supereroi, capello unto e non curato. Quante ne vedete in giro oggi di gente così? Ok, è un clichè, esiste anche il cervellone che non palesa goffaggine e sociopatia apparente, ma, sinceramente parlando, col rischio di sembrare dei “renzies”, “uscite da questo blog” e trovatemene un numero consistente per far si che lo stereotipo si annulli. Ricordate questo personaggio? Steve Urkel ?

Urkel

Ecco, nessuno si sarebbe sognato, negli anni 90, che oggi Steve sarebbe diventato un modaiolo. Gli orfani di Urkel, nel decennio successivo, possono consolarsi con la sit-com televisiva Big Bang Theory, che in verità, parere personale, usa lo stereotipo Nerd, più che altro, per sfruttare la sagacia e l’acutezza degli sceneggiatori nel creare battute mai banali. Quel che stupisce in questa serie è la consapevolezza Nerd del personaggio Sheldon Cooper, che ignora i motivi del disagio che gli altri provano nei suoi confronti, considerandolo frutto della sua impareggiabile intelligenza.

Se è vero che la TV non può fare a meno di prendere spunto dalla realtà, io dichiaro Mark Zuckerberg il frutto di una mutazione genetica. Una fusione in stile Dragon Ball tra Steve Urkel e Sheldon Cooper. Il Nerd in questione però ha una piccola sostanziale differenza con i due “padri”: è un miliardario, ed oggi si è svegliato spendendo 16 miliardi di dollari per comprare la più famosa app per cellulari di messaggistica istantanea: What’s Up.  Il film del 1984 di Jeff Kanew aveva di troppo anticipato i tempi, si è pensato ad un remake nel 2006, poi cancellato, poi ripreso per ben tre volte. Ora, nel 2014, un’ennesima rivisitazione pare necessaria. La realtà ha teorizzato e applicato socialmente il modello dello sfigato di successo e ci invade inevitabilmente di sosia poco riusciti. La rivincità è dunque completa: dalla moda, alle serie tv di successo fino alla soddisfazione economica più esagerata. La verità è che forse Mark è un duro e che magari gli sfigati siamo noi.

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